Il ritorno di Stramaccioni, ex parlamentare del PD

"Una riunione patetica, di una tristezza bestiale."
L'anonimo dirigente del Pd si è rannuvolato come un cielo invernale dopo l'assemblea provinciale di lunedì sera, nel grande salone di Umbriafiere a Bastia, 400 posti a sedere, di cui una cinquantina occupati.
Era stata annunciata da una lettera inviata dal coordinatore Piero Mignini a tutti i membri dell'organismo, nella quale veniva sollecitata una aperta e coraggiosa discussione generale, ma è andata male che più non si poteva.
Mignini ha svolto la sua relazione, durata un'ora, su tutti i temi politici del momento, dalla crisi economica del '29 a quella attuale, dalla ripresa politica del partito alla futura sfida elettorale.
Quando ha finito nessuno è intervenuto, eccetto l'assessore comunale Ornella Bellini che ha parlato di come contrastare in modo efficace la riforma Gelmini.
Dieci minuti di silenzio imbarazzante e poi, alle 18,30, riunione che si è spenta come una candela.
"Nella lettera Mignini rivendicava la vivacità del partito, ma l'assenza di dibattito nell'assemblea dimostra che il partito non è vivace"
, dice il solito dirigente.
Tra l'altro alla riunione non c'erano molti big delle amministrazioni umbre, assessori, sindaci, importanti parlamentari, la stessa presidente Maria Rita Lorenzetti.
Un flop politico a pochi giorni dalla conferenza programmatica di venerdì e sabato, a cui si attribuisce una importanza strategica, e, soprattutto, a due settimane dai congressi che dovranno eleggere i nuovi coordinatori provinciali.
A Terni si è in attesa di sapere cosa vuol fare Leopoldo Di Girolamo, il segretario uscente che deve sciogliere la riserva rispetto alla candidatura a sindaco.
Se rinuncerà a scendere in campo per dare battaglia a Baldassarre, con ogni probabilità continuerà lui a guidare il partito.
In caso contrario, se la vedranno due scuole di pensiero: quella che intende dare il segnale che il Pd è davvero un'altra cosa, proponendo un dirigente giovane e magari donna, come Donatella Massarelli, e quella che ripropone logiche fin troppo rassicuranti, volti fin troppo conosciuti.
Si insiste ad esempio sulla possibilità che Mario Giovannetti, una vita nel sindacato, lasci il posto di assessore regionale per cimentarsi nel coordinamento del Pd, sospinto dalla stessa Lorenzetti, che, sembra, non vedrebbe male un altro assessore, Lamberto Bottini, alla guida dell'altro pezzo di partito, quello di Perugia.
"Le cose sono due - osserva caustico un parlamentare -: o la presidente vuole rilanciare la giunta regionale, ad un anno e mezzo dalla fine della legislatura, oppure vuole interessarsi molto da vicino del Pd umbro."
La partita più complicata è a Perugia. Il vuoto di presenza e di parola dell'assemblea di lunedì denuncia più che uno stato di sopore politico, una situazione di malessere, che prende di mira in primo luogo lo stesso Mignini.
Il coordinatore è pronto a farsi da parte. Del resto l'Umbria è l'ultima regione a non aver ancora rinnovato le due cariche provinciali, incombenza rinviata dai vertici del Pd prima per le elezioni, poi per l'interminabile gestazione dello statuto e del regolamento delle primarie.
Ora la segretaria Maria Pia Bruscolotti ha fatto sapere che occorre decidere non oltre la metà di novembre.
Potrebbe essere un passaggio delle consegne tranquillo, ma non lo sarà. Mignini lascia senza drammi, consapevole del superamento della propria candidatura che venne scelta in una fase molto operativa di costruzione del Pd.
Ora è un'altra fase, del primato della politica, e serve un coordinatore, si sottolinea da più parti, che sappia difendere la centralità del partito, la sua autonomia dalle istituzioni, la sua capacità di entrare in sintonia con la società regionale.
E poi c'è il fatto non secondario che Mignini sembra non avere più il sostegno di quanti, sia ex diessini che ex diellini, lo votarono quasi un anno fa al posto di Moreno Caporalini.
C'è chi gli rimprovera di non aver risolto le grane di Bevagna e Bastia, chi di non essere stato il super partes che aveva promesso di essere, chi lo considera troppo morbido rispetto agli accordi fatti sulla testa del partito e troppo allineato all'asse delle istituzioni che va da Palazzo Donini a Palazzo Dei Priori.
Ma Mignini se ne va se chi viene dopo è il rinnovamento. Su questo tuttavia non ci sono al momento garanzie. Le ipotesi di successione sono varie e di diverso peso. Oltre che di Bottini, si parla con insistenza del sindaco di Umbertide Giampiero Giulietti, di quello di Montefalco Valentino Valentini, di Alfio Todini che si candida a sindaco di Marsciano, del solito Stefano Fancelli, dell'euro parlamentare Catiuscia Marini.
Ma la soluzione che sta conquistando spazio ogni giorno di più è quella rappresentata da Alberto Stramaccioni.
L'ex parlamentare e segretario regionale dei Ds per una decina d'anni se ne sta appartato in questo periodo.
Ma per un suo ritorno in pista, alla guida (per ora) provinciale del Pd, è pronto a mobilitarsi un fronte che va dagli Stramaccioni boys di antica memoria a qualche parlamentare, da dirigenti di primo piano del partito ad un certo numero di circoli.
Un sostegno trasversale.
"Potrebbe essere l'uomo che rimescola le carte e dà la scossa che serve in questo momento ad un partito già logoro che subisce le decisioni altrui"
, sostiene un sostenitore di Stramaccioni.
Uno Stramaccioni, dunque, per riaprire la discussione, rimettere in movimento il Pd, in qualche modo destabilizzare la situazione.
Ma Mignini si farà da parte per lasciare il posto all'ex deputato? i vertici del Pd, che alla conferenza programmatica andranno a parlare di idee nuove per un partito nuovo, saranno d'accordo o preferiranno rifugiarsi nella riconferma del coordinatore uscente? e quei rappresentanti istituzionali che hanno sempre visto Stramaccioni come il fumo negli occhi, per altro ricambiati, lasceranno fare? Dopo un periodo non tranquillo, per il Pd umbro, se ne prospetta un altro molto meno tranquillo.
E ancora ci sono da scegliere le candidature.
Lucia Baroncini
dal Corriere dell'Umbria Mercoledì 5 Novembre 2008

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