La Bandabardò raddoppia allUrban

Non capita tutti i giorni che a Perugia si debba raddoppiare la data di un concerto. Certo, l'Urban non è lo stadio Olimpico, ma qui non stiamo nemmeno parlando dei Rolling Stones. In cartellone, domani, al locale di Sant'Andrea delle Fratte, era segnato già da qualche settimana il nome della Bandabardò.
Uno dei gruppi più amati da tutta una generazione che ormai è un po' più in là dei trent'anni, e questo si sapeva.
Ma un tale oceano di richieste, quelli dell'Urban, non se l'aspettavano. In ogni caso, poco male: domenica si fa il bis. E si badi bene, significa scrivere un piccolo pezzo della storia della musica live perugina. Il pizzuto Erriquez, al secolo Enrico Greppi, gentiluomo in braghe corte che della Banda è voce e capofila, se ne deve render conto, visto che da queste parti lui e gli altri sono di casa.
"sì, ci dà una grande gioia. D'altronde abbiamo raddoppiato anche altre date, in questo tour, l'ultima a Treviso. È un grande atto di fiducia e di amore da parte della gente. In un momento come questo, in cui le agenzie e i discografici non fanno altro che piangere, e certi colleghi finiscono addirittura per smettere, noi vediamo sempre più pubblico ai nostri concerti.
Gente che viene a pagare 15 euro, e magari si compra pure la maglietta, o un disco. E assicuro che per noi non è facile chiedere soldi a chi ci vuole bene. Per questo quando suoniamo dal vivo ci mettiamo ogni volta più attenzione."
In un periodo di vacche magre come questo è legittimo anche andare a San Remo per cercare un po' più di visibilità, come hanno fatto gli Afterhours?
"a noi l'hanno chiesto tre volte.
In un'occasione c'è stato pure detto che se avessimo rifiutato non saremmo mai più andati in televisione.
Un po' mafiosetto, no? Bene, noi non possiamo andarci. Al di là della stima e del rispetto che abbiamo per Manuel Agnelli e gli Afterhours, o per i Subsonica, che andarono a San Remo anni fa, non fa per noi.
Non è quella la visibilità di cui ha bisogno la Bandabardò. Non sono i canali che fanno per noi, come ovviamente quello del Festival non è il palcoscenico adatto a noi.
Andremmo a fare il gruppo "strano", quello che rompe le scatole, quello a cui i giornalisti danno puntualmente il premio della critica.
No, non fa per noi."
La Banda suona spesso all'estero, invece. A te, che sei una sorta di "emigrante di ritorno" (Erriquez ha vissuto vent'anni in Lussemburgo, nda), che effetto fa?
"Anche questa è una gran gioia.
Specie quando andiamo dalle mie parti, Germania, Belgio, Francia, è come tornare a casa da vincitore.
Tempo fa abbiamo suonato in Lussemburgo, dove abbiamo vinto un Festival. È stato come vincere una Champions League, per me. In Spagna, poi, abbiamo fatto il tutto esaurito sia a Barcellona che a Madrid. La cosa più bella, al di là del seguito, è che chi ci viene a sentire ci capisce. I critici hanno colto perfettamente la nostra natura, i nostri riferimenti musicali, le nostre ispirazioni letterarie.
Hanno capito che nelle canzoni mettiamo quello cha abbiamo sulla pelle, che siamo veri. Un fatto che ci dà molto coraggio."
Parli di ispirazioni letterarie e di quel che hai sulla pelle. In effetti nei tuoi testi passi tranquillamente dai mojitos della barista della Darsena agli ubriachi di Dino Campana.
Quando scrivi hai in mente l'immagine di un tuo ascoltatore tipo, la sua faccia?
"Ce l'avevo quando mi sono messo a scrivere i pezzi per il terzo album (Mojito Football Club del 2000, nda).
Avevamo una gran pressione addosso. I soliti discorsi: è l'album della maturità, e via discorrendo. Pensavo a quest'ascoltatore medio e non m'usciva niente. Poi ho capito che quel che preme alla Banda è fondamentalmente avere una coerenza di fondo. Nella musica, nelle parole, nel modo di comportarsi. E questa coerenza ce l'hai o non ce l'hai. Per noi la prima cosa è il divertimento, anche se parliamo di cose che fanno male al cuore o alle viscere vogliamo essere sempre costruttivi.
E poi, il nostro pubblico, non è cambiato nel tempo, semmai s'è ingrandito. Oggi ai nostri concerti c'è chi ci seguiva già a metà anni Novanta, ma anche i loro figli, i loro amici, i loro capiufficio.
La gente arriva a noi col passaparola, e questo ci gratifica davvero molto"
Giovanni Dozzini
Corriere dell'Umbria Venerdì 13 Marzo 2009

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