Il titolo dell'esposizione,
"1909, tra collezionismo e tutela. John Pierpont Morgan, Alexandre Imbert e la ceramica medievale orvietana"
, sembra complicato, "in soldoni". Ma, anche se c'è una sorta di rimozione collettiva intorno al problema della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale italiano, gli argomenti che la mostra solleva sono, da sempre, di strettissima attualità, nel nostro paese e in regione. Basti il ricordo delle grandi vendite londinesi (1910 e '14), all'origine della dispersione del patrimonio ceramico orvietano e umbro nel mondo. Lucio Riccetti, che organizza questo evento alla Galleria Nazionale dell'Umbria e a Palazzo Baldeschi al corso, nel cuore di Perugia, da domenica 8 novembre fino al 10 gennaio (info: 199151123), chiarisce subito lo sguardo d'insieme e le finalità della mostra.
"L'effetto prodotto da oggetti d'arte, fotografie d'epoca, libri e documenti originali - sottolinea Riccetti - dovrebbe essere duplice: richiamare l'idea occidentale del collezionismo, e, nello stesso tempo, dello sforzo legislativo servito a dare un corpus di tutela alla materia. La nostra volontà è quella di mettere insieme più cose. Una rappresentazione della dispersione del patrimonio artistico nazionale, dalla fine dell'800 agli inizi del '900; le idee che nel frattempo si creavano, fra intellettuali e classe politica, per la tutela degli stessi beni; le varie forme intraprese da questi percorsi."
Dunque ci si muove tra indagine e riflessione?
"sì, per un verso, c'è il senso del valore della raccolta come dispersione, operata da quei viaggiatori e 'amateurs' che, provenienti dall'estero, giunti in Italia, terra 'dell'Arte da portare vià, costituivano collezioni in Francia, Inghilterra, Stati Uniti. Contemporaneamente, in Italia, c'era chi si muoveva sul versante opposto, nel tentativo di togliere gli oggetti d'arte dalla dispersione, e lasciarli in loco, concetto che già, a fine '800, precisava il valore aggiunto degli stessi. Dunque non si considerava più n reperto svincolato dal territorio d'appartenenza, come la famosa biga etrusca di Spoleto, oggi al Metropolitan. Anche per oggetti meno clamorosi, come le ceramiche, si puntava alla conservazione in patria."
Nell'articolazione di questo percorso, quali sono i punti di riferimento?
"Personaggi più o meno noti, tra questi il magnate americano John Pierpont Morgan, 'iconà del collezionismo e della razzìa dei beni culturali europei, italiani in particolare. In mezzo, c'è l'antiquario Alexandre Imbert, francese, ma nato a Napoli, nel 1865, la cui esistenza avventurosa è punteggiata da episodi più o meno controversi: mercante in Italia, addetto dell'ambasciata di Francia in Indocina. Sull'altro versante c'è l'elemento della tutela, con la definizione della legge 364, del 20 giugno 1909, la prima sul concetto di cose d'arte, fino a quel momento non considerate come tali. È la prima che tenta di ostacolare la fuoriuscita di opere d'arte da parte di antiquari e tipi senza scrupoli, che invece alimentavano questo 'drenaggio'. Accanto a questo, c'è la società civile, con, ad esempio, la presenza come firmatario di Benedetto Croce nella famosa 'Associazione per la Salvaguardia di Firenze', creata per il centro storico della città. Un progetto che richiama quei gruppi che, in Francia e in Inghilterra, si muovevano anch'essi a tutela delle proprie opere d'arte."
Ma intanto, dall'Italia, erano già scappati buoi, carri, ruote e quant'altro.
"sì, c'è, ed è evidente, l'idea del ritardo del legislatore nei confronti di questa attività. Anche se è interessante scoprire la figura di certi funzionari dello stato i quali erano già pienamente consapevoli, a fine '800, del problema della salvaguardia. C'è anche da sottolineare che non è esatto parlare di un vero vuoto legislativo. Perché lo stato italiano, fino al 1909, aveva mantenuto, ampliato e riformato le diverse leggi preunitarie dei vari stati esistenti dal 1802. C'era, dunque, anche se insufficiente, un'attenzione al tema."
Quali sono i pezzi di maggior spicco della mostra?
"Per la prima volta, anzi la seconda, in realtà, dopo l'esibizione nel negozio dell'antiquario Imbert in via Condotti, a Roma, abbiamo recuperato un antico corpus di 50 pezzi di ceramiche orvietane, già variamente dispersi. Per la prima volta tornano insieme in Umbria, e qui sono esposti. Sono reperti importanti, base per la definizione del concetto stesso di ceramica medioevale orvietana, molto essenziale nella grafica, risolta fondamentalmente in due colori: il verde ramina e il marrone manganese. I soggetti lì rappresentati sono dei più vari: di fantasia, derivati da bestiari o immaginati dallo stesso vasaio; re e regine; eroi mitologici; decori vegetali. Con certe particolarità, prettamente orvietane: i pròtomi, figure sporgenti dal corpo del vaso. Hanno varie figure: floreali, animali, di stemmi o di religiosi. Con queste, c'è il noto volume pubblicato dallo stesso Imbert, col titolo 'Ceramiche orvietane dei secoli XIII e XIV', che elenca con sistematicità le forme e i colori della ceramica orvietana"
Ermanno Romanelli
Corriere dell'Umbria Venerdì 6 Novembre 2009



[...] La precisazione è doverosa vista la comunicazione fuorviante fatta dagli organizzatori della mostra
"1909 tra collezionismo e tutela John Pierpont Morgan, Alexandre Imbert e la ceramica medievale orvietana"
in procinto di aprire i battenti a Palazzo Baldeschi. La mostra che ha il suo fulcro nel corpus di maioliche medievali, doveva avere sede nella Galleria Nazionale dell'Umbria; poi, per motivi che la Direzione regionale ai beni culturali non spiega, è stata spostata a Palazzo Baldeschi. Il materiale promozionale diffuso riporta ancora entrambe le sedi sebbene l'esposizione sia, come detto, concentrata solo a Palazzo Baldeschi.
"Il visitatore potrà, comunque, acquistare un unico biglietto - precisa il direttore Scoppola - e con questo entrare sia alla mostra che al museo."
Ulteriore precisazione: il prezzo è di 8,50 euro, due euro in più rispetto al costo. Tutto poco chiaro. Ma Scoppola dice che sono dettagli
(sbv)
Corriere dell'Umbria Sabato 7 Novembre 2009

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