C'è un altro modo di vivere il cancro, ed è quello di voler resistere. Ma per farlo il paziente oncologico non può essere solo, sia a livello medico che, soprattutto, a livello umano. Un concetto ben noto a chi ha avuto a che fare con un tumore direttamente o attraverso una persona cara. Per questo si è costituita Avo, Associazione volontariato oncologico onlus, presentata ieri mattina, della quale fanno parte malati, ex malati e familiari. Tutti insieme con il comune intento di non lasciare solo chi si trova a combattere la propria battaglia contro un nemico che spesso riesce a trarre forza proprio dalla solitudine che avvolge il malato. Si è parlato dell'importanza di riservare una maggiore attenzione alla figura del malato di cancro, non soltanto in relazione all'aspetto medico ma a tutto quello che comporta vivere un'esperienza tanto impegnativa. Soprattutto a livello interiore.
"La persona colpita da tumore precipita in una voragine di disperazione - ha sottolineato il professor Carlo Porcellati, presidente di Avo -. Ed è necessario avere la possibilità di essere curato nel miglior modo possibile e nel massimo rispetto della sua dignità."
Gli ambiti in cui intervenire, dando forza a percorsi comuni per invertire la marcia, sono tanti: dalla tutela della privacy all'interno delle strutture di cura al miglioramento del dialogo tra medico e paziente. Sulla necessità di diffondere una nuova "cultura" si sono soffermati tutti i vari interventi introdotti dal moderatore e socio di Avo Mario Mariano. La dottoressa Stefania Gori ha sottolineato l'importanza della comunicazione, di un'informazione adeguata che per il malato costituisce la prima medicina.
"Creare una rete di scambio di informazioni è determinante - ha spiegato la dottoressa Gori - così come trovare momenti di incontro per rompere quell'isolamento in cui i pazienti spesso si trovano. Perché oggi si può guarire da questa malattia."
Sopravvivere al cancro dunque è possibile in molti casi e in questo l'alleanza terapeutica gioca un ruolo determinante come ha segnalato anche la testimonianza di uno psiconcologo, il dottor Francesco Milani. Sin dall'inizio:
"La prima diagnosi rappresenta un trauma perché questa malattia ha caratteristiche particolari. Ed è fondamentale che il primo confronto con il medico non costituisca un nuovo trauma."
Intorno al paziente la collaborazione deve essere a tutti i livelli, specialisti compresi, ha ricordato il dottor Carlo Basurto. Insomma Avo e i suoi soci parlano di un approccio diverso, di un inserimento del paziente all'interno di una rete dove può confrontarsi con altri che si trovano a vivere lo stesso dolore e la stessa paura. Concetto ben espresso da una testimonianza fornita nel corso della presentazione. Una voce femminile che ha raccontato la propria esperienza: prima di rifiuto e fuga dal cancro, proprio a seguito di un approccio "inadeguato" con il medico, poi la determinazione a negare la cura per negare la malattia e infine il risveglio dall'incubo, ovvero l'acquisizione di una consapevolezza che ha consentito alla coraggiosa signora di salvarsi, intervenendo prima che il cancro prendesse il sopravvento. Quasi casualmente la signora si è trovata a mettere la sua esperienza al servizio di malati come lei, costituendo forse il primo tassello della futura associazione. Anche il dottor Lucio Crinò, direttore di oncologia al polo unico, ha dato il suo augurio a questa nuova associazione:
"Siano benvenute iniziative così perché si tratta di portare alla gente anche il messaggio umano di chi lavora in questo settore, perché questa è un'esperienza, da ambo i lati, tra le più difficili della vita"
Giovanna Belardi
Corriere dell'Umbria Domenica 13 Dicembre 2009

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