"permetteranno di tracciare i tartufi sulla base della provenienza, fornendo una sorta di certificazione del prodotto da usare anche come strumento anti-frode", spiega Paola Bonfante, dell'Istituto per la protezione delle piante del Cnr e dell'università di Torino.
"i marcatori genetici forniscono anche informazioni essenziali sulle regioni del genoma responsabili dell'aroma, così apprezzato", rileva Simone Ottonello, dell'università di Parma. Secondo il ricercatore a breve si potrà
"definire un profilo genetico-molecolare che coniughi origine geografica e profumo dei tartufi neri."
"Il genoma del tartufo nero - osserva Bonfante - è il più grande tra quelli dei funghi finora sequenziati, con 125 milioni di coppie di basi. Responsabili di questa dimensione del Dna sono sequenze ripetute di alcuni elementi genetici mobili (trasposoni), che rappresentano il 58per cento dell'intero genoma. I geni che codificano per proteine sono 7.500, di cui circa 6.000 trovano corrispondenza in altri funghi."Tuttavia, aggiunge,
"diverse centinaia di geni del tartufo sono unici e svolgono un ruolo fondamentale nella formazione del corpo fruttifero."Grazie alla mappa non sono più segreti i meccanismi dell'alleanza fra i tartufi e le radici di alcuni alberi, come quercia nocciolo, salice o leccio. Come molti funghi, il tartufo nero produce sulle radici delle strutture (chiamate micorrize) essenziali per il suo ciclo vitale e importanti per le proprietà organolettiche che gli conferiscono. Coldiretti
"Con un aumento del 15 per cento delle quantità di tartufo Made in Italy esportate nel 2009, in controtendenza con l'andamento economico generale, la mappatura del genoma rappresenta una grande opportunità se sarà utilizzata per valorizzare le identità territoriali del tartufo e per proteggerle dai tentativi di modificazione genetica e clonazione che sono in atto in Paesi come la Cina."È quanto afferma la Coldiretti, in riferimento alla mappatura del Dna del tartufo nero (Tuber melanosporum), pubblicata su Nature e frutto di una ricerca condotta da Italia e Francia che consente di rintracciare i tartufi sulla base della loro provenienza, certificando il prodotto e contrastando le frodi.
"Il genoma di 'Tuber melanosporum' - spiega la Coldiretti - fornisce anche importanti informazioni per le tecniche di tartuficoltura, che sono di grande interesse nelle aree di provenienza, come Umbria, Marche e altre regioni del centro-nord per l'Italia, Perigord e Provenza per la Francia."Secondo l'organizzazione agricola, in base agli ultimi dati sul commercio estero dell'Istat, l'Italia ha esportato 124mila chili di tartufo conservato nel 2009.
"i risultati della ricerca - conclude Coldiretti - possono dunque dare un importante contributo alla salvaguardia del legame con il territorio ma anche sostenere una lotta più incisiva nei confronti delle frodi e sofisticazioni"
Corriere di Viterbo Lunedì 29 Marzo 2010




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