Il minimetrò rischia la chiusura

Se domani mattina la presidente Catiuscia Marini avesse un'alzata d'ingegno e decidesse di chiudere la Regione, gettando le chiavi nella fontana maggiore e mandando a casa i 1.600 dipendenti, i risparmi non supererebbero i 60 milioni di euro l'anno. Non bazzecole, ma comunque insufficienti a tamponare il taglio biennale di 240 milioni previsto per l'Umbria dalla manovra finanziaria.
La traumatica soluzione non sorprenderebbe quanti, come ad esempio il presidente della Provincia di Perugia Marco Vinicio Guasticchi, difendono la sopravvivenza di enti intermedi nati un secolo e mezzo fa sostenendo che semmai a chiudere dovrebbero essere proprio loro, le massime istituzioni, in fondo venute alla luce solo un secolo dopo. E Guasticchi è del Pd, lo stesso partito della Marini. Quando si dice il fuoco amico. Tuttavia, anche volendo, non sarà proprio possibile tirar giù la saracinesca e al governo di palazzo Donini non resta che armarsi di cesoie formato gigante, visto che a Roma nella maratona di due giorni della Conferenza dei presidenti delle Regioni è tramontata l'idea di restituire le deleghe allo Stato. Decisione che ha evitato la spaccatura del fronte, ma che costringe a togliere subito dall'armadio la divisa del severo giardiniere potatore.
"Noi abbiamo confermato la posizione delle Regioni sulla manovra - spiega la Marini di ritorno sotto la calura dalla due giorni romana - e aspettiamo i provvedimenti finanziari che devono essere varati entro l'anno, su cui andremo a strutturare il bilancio del 2011. Su questo ci sarà una trattativa a settembre per cercare di riequilibrare i tagli sulla Finanziaria del prossimo anno. Nel frattempo il governo ci ha assicurato che imprimerà un'accelerazione al federalismo fiscale. Per noi va bene, vedremo quali sono le proposte. Ma è certo che con la manovra così com'è i bilanci non siamo in grado di costruirli. Bisogna aspettare i provvedimenti finanziari."
La presidente è soddisfatta della posizione unanime delle Regioni:
"Grazie al documento sottoscritto abbiamo salvaguardato il profilo istituzionale della Conferenza e affermato l'impegno per la difesa dei territori da noi rappresentati."
Ma qualsiasi siano i rapporti fra le Regioni e l'esito del confronto con lo Stato, il bilancio dell'ente umbro dovrà essere ampiamente riorganizzato e ristrutturato. Sarebbe più semplice reinventarlo partendo da zero. L'assessore Franco Tomassoni, convocato a Palazzo Cesaroni dal presidente della prima commissione consiliare Oliviero Dottorini (Idv) per una audizione ( vedi articolo sotto ), ha annunciato conti "ridotti all'osso" con in previsione
"solo l'organizzazione di servizi essenziali e primari."
I tagli, ha spiegato Tomassoni, incideranno pesantemente e colpiranno soprattutto
"le politiche incentivanti di servizi essenziali e primari."
La Regione non potrà spegnere il motore, ma per il piano b le scelte sono poche: tagli o aumenti delle tariffe. Nel quadro fosco dell'emorragia delle risorse, il nodo più preoccupante è il trasporto. Già a gennaio a Perugia potrebbe finire le sue corse il minimetrò, che trova il pareggio di bilancio grazie ai cinque milioni di euro che la Regione non potrà più elargire.
Uno studio dell'agenzia delle aziende di trasporto pubblico ha simulato gli effetti della manovra sulle tariffe: il biglietto passerebbe da un euro ad uno e 80, l'abbonamento per studenti e pendolari che ora costa 32 euro ne costerebbe dai 45 ai 57, mentre l'impatto occupazionale sarebbe dai novemila ei diciottomila addetti in meno. Effetti che maturerebbero in questo e in altri settori a breve giro di posta, entro la fine dell'anno e i primi mesi del 2011.
E razionalizzare la sanità riducendo ad esempio le Asl, come suggerisce da tempo il centrodestra e anche alcune forze del centrosinistra? Sembra che il risparmio con una Azienda unica si aggirerebbe sui 400mila euro, quelli del manager mandati a casa. Non sono da buttare via, ma non risolvono.
Intanto però hanno i giorni contati le Comunità montane e gli Ati così come sono stati riformati - dopo tanto penare e non proprio utilmente - nella passata legislatura.
La giunta sta elaborando una proposta. Si sa che per acqua e rifiuti ci sarà un Ato unico, mentre per gli altri Ati verranno ridate le funzioni (ad esempio il sociale e il turismo) ai Comuni, che dovrebbero costituire le famose Unioni con cui consorziare i servizi. A ciò è legata anche la riforma dei cinque enti montani, il cui assillo è il destino dei 1038 dipendenti, di cui circa 600 forestali e i restanti dipendenti pubblici.
Il disegno a cui sta pensando il massimo esecutivo sarebbe quello di scorporare i forestali e inserirli in una Agenzia, a cui tra l'altro dovrebbero far capo anche una parte dell'Arusia (la restante più tecnica verrebbe attaccata all'assessorato all'agricoltura), una parte dei consorzi di bonifica, il Parco tecnologico alimentare 3a e la parte agricola della forestazione. Un disegno su cui la giunta regionale non vuole e non può perdere tempo. Le Comunità montane, ha spiegato proprio Tomassoni in commissione, per i mancati trasferimenti dello Stato hanno già avuto difficoltà a chiudere i bilanci. Sono stati sostenuti dai fondi della Regione, che ora non ci sono più.
lucia.baroncini@alice.it
Lucia Baroncini
Corriere dell'Umbria Venerdì 16 Luglio 2010

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