Gli studenti universitari che non risiedono ma studiano a Perugia sono per la città una fonte di reddito non indifferente, come testimonia un dato - di certo calcolato per difetto - che muove da un recente studio elaborato da Federconsumatori e arriva a una quantificazione d'impatto. I "fuori sede" contribuiscono al Pil cittadino con non meno di 80 milioni di euro all'anno. L'università, insomma, conferma di essere un'industria. E non solo per effetto delle centinaia di dipendenti che occupa. Per gli studenti fuori sede è l'affitto la voce più onerosa di spesa. Le famiglie dei quasi 12mila iscritti all'ateneo perugino arrivano a spendere in media tra i cinque e i seimila euro all'anno in più rispetto a coloro i quali decidono di rimanere nella regione di origine. All'interno di questa cifra rientrano le tasse universitarie e la quota per il mantenimento dello studente lontano da casa.
Con prezzi variabili compresi tra i 220 e i 280 euro per una stanza singola e tra i 130 e i 150 per una doppia, Perugia non si allontana di molto dalla media nazionale elaborata dallo studio di Federconsumatori. L'associazione ha infatti calcolato che per la macro area del Centro Italia (dove però è bene sottolineare che l'Umbria non è stata presa in considerazione, al contrario di Lazio, Toscana e Emilia Romagna), uno studente "costa" alla famiglia quasi cinquemila e 500 euro se sceglie una stanza singola e poco più di quattromila per una stanza condivisa.
In questo caso però lo studio tiene presente solo le voci di spesa per l'affitto e il mantenimento, calcolando a rialzo la spesa complessiva che nella media nazionale si attesta a settemila euro annui (6.958 per la precisione). In questo senso l'esercito dei circa 11mila e 600 studenti fuori sede iscritti a Perugia (pari al 40 per cento del totale dei 29mila stimati) contribuisce in maniera significativa all'economia della città, che ogni anno incassa circa 80 milioni di euro, nei quali non rientrano le spese extra non conteggiate da Federconsumatori, soprattutto quelle riferite all'acquisto dei beni non considerati di prima necessità, che sono altrettanto significativi visto e considerato che annoverano la fisiologica voce "svaghi e divertimenti".
Un introito non indifferente, dunque, quello apportato dal piccolo mondo dei "fuori sede", che quotidianamente sostengono il giro di affari collegato soprattutto alle piccole attività presenti nel centro storico. Introito al quale va aggiunta tutta un'altra serie di spese (anche a fronte dei problemi in cui versa l'ateneo per la questione dei tagli previsti dal governo), non ultima l'aumento della retta universitaria. Ma non solo perché anche altri fattori contribuiscono a rendere impegnativa la permanenza degli studenti "stranieri"nella città di adozione. Fino alla fine del mese scorso, per esempio esempio, l'assistenza sanitaria per i "fuori sede" era stata "congelata" a causa del mancato rinnovo del contratto del personale medico. Per due anni (a partire da settembre 2008) a fronte di ogni necessità di assistenza medica (supportata dal pronto soccorso o dalla guardia medica) a ogni studente veniva inviato un bollettino presso l'indirizzo di residenza con il quale saldare la spesa sanitaria. Nel quadro di insieme non bisogna poi dimenticare le proteste in corso dei ricercatori e il blocco delle lezioni che, in caso di inasprimento della protesta, potrebbe sfociare anche nella sospensione degli appelli di esame e delle sessioni di lauree. Non rimane dunque che appoggiarsi alla famiglia e sperare che gli effetti della crisi non ricadano sul proprio budget, che allo stato attuale rimane il solo pilastro sui cui contare per compiere la scelta determinante sul luogo e soprattutto sulla qualità di una formazione universitaria sempre più governata dalla logica della divisione in fasce di reddito.
Antonio Torrelli




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