Intervista a Silvio Orlando

Silvio Orlando Martedì sarà al teatro Nuovo di Spoleto. Da mercoledì a domenica al Morlacchi Dell'Orlando cinematografico si sa. Una popolarità italiana di origine controllata. Insignita da premi blasonati come la Coppa Volpi e una filmografia carica di titoli a quattro stelle.
De l'Orlando teatrale, quello innamorato, invece se ne sa meno. La sua matrice è partenopea: è nei fermenti della Napoli teatrale degli anni settanta che Silvio Orlando inizia a muoversi, per poi farsi sdoganare dal Teatro dell'Elfo di Milano.
"Mi sentivo come Totò quando faceva il militare a Cuneo"
commenta l'attore parlando del suo periodo teatrale meneghino.
Sulle tavole del palcoscenico umbre comunque non tornava da qualche tempo. Il suo ultimo passaggio va recuperato a "Questi fantasmi" di Eduardo De Filippo che ha debuttato in anteprima a Orvieto e poi ha toccato diverse piazze in Umbria, tra queste Perugia nel 2006.
Martedì Orlando sarà al Teatro Nuovo di Spoleto. Con lui ci sono Alessio Boni, Anna Bonaiuto e Michela Cescon, interpreti scelti con cura dal regista Roberto Andò per portare in scena un testo di Yasmina Reza, autrice contemporanea francese, sull'inguaribile misantropia che contagia il terzo millennio.
"Il dio della carneficina", questo il titolo della versione italiana, replicherà al Teatro Morlacchi di Perugia da mercoledì a domenica.
Lo spettacolo ha preso il via proprio da qualche giorno, partendo dalle Marche, perciò è ancora tutto da scoprire.
"Finalmente un testo su cui ancora ci sono pochi elementi di giudizio."
É l'esordio di Silvio Orlando che ribadisce e chiarisce:
"Così ci si può fare un'idea poco alla volta, senza sottoporsi continuamente al confronto con i precedenti."
Nuovo anche l'insieme di attori che Andò ha messo insieme. Tutto da amalgamare?
"Beh, siamo un quartetto bene assortito di tutte persone nate in teatro che amano il teatro e tornano di tanto in tanto al palcoscenico attraverso percorsi e combinazioni diversi."
Dopo anni di confronto con Eduardo, ora un testo lontano come gestazione. Scelta precisa o caso?
"Probabilmente una scelta dovuta ai limiti che presenta oggi il teatro italiano.
C'è un'interruzione nella drammaturgia. I testi non hanno una presa diretta sull'oggi, come invece si trova in Reza. Il dio della carneficina è una macchina scenica che funziona con meccanismi tradizionali ma tocca anche un tema centrale del nostro presente."
Sta parlando della pesantezza diffusa di stare al mondo?
"sì. Il testo parte come approccio sociologico al bullismo. Quattro genitori che parlano dei propri figli e delle loro bravate. Poi invece prende una direzione che porta al tema della misantropia come difficoltà patologica di condividere il mondo con gli altri.
I nostri simili sono visti come ostacoli per la realizzazione del sé. E i genitori diventano peggio dei loro figli, inizialmente sotto accusa."
Nessuno escluso o assolto?
"In scena ci sono quattro universi diversi ma ugualmente misantropici."
Al cinema Silvio Orlando sembra più disinvolto nelle scelte. A teatro invece più timoroso. É così?
"Cerco di sapere dove sono e cosa sto facendo. Cerco materie che capisco pienamente e in cui posso riuscire. Non azzarderei mai Pirandello, il suo linguaggio non lo comprendo."
A proposito di azzardi. Ora si sta mettendo alla prova in una regia cinematografica. A che punto è "L'orfano"?
"Per aria. É ancora un'ipotesi. É una storia di bambini, a carattere autobiografico. E dicono che le storie di questo tipo si faccia fatica a distribuirle...."
Il produttore però c'è. Michele Placido?
"Beh, diciamo che i produttori in Italia non ci sono. Perché non producono ma cercano soldi . E ora c'è un blocco di mercato e di distribuzione."
Il tema del suo testo autobiografico nasce dalla necessità di parlare di Napoli. Prendendo la distanza da quanto ora si va dipingendo. In polemica con "Gomorra", forse? "Per carità. "Gomorra
" di Matteo Garrone è un film epocale. Io però volevo tornare sulle occasioni perse. Al dove si è rotto quel giocattolo di civiltà che era Napoli. Al quando si è interrotto il dialogo tra le stratificazioni sociali. E al punto in cui la borghesia, classe dirigente, non si è presa le sue responsabilità. Lasciando compiere l'orrore di ingegnerie sociali, cioè i ghetti. Luoghi terrificanti che potevano produrre solo orrori. Quando, dunque, siamo diventati figli di figli di un grande aborto urbanistico?."
Nella sua infanzia ricorda una Napoli diversa?
"Certo. Dove si viveva protetti da grandi omogenizzatori sociali."
E oggi che rapporto ha con la sua città?
"Di amore e odio. Come tutti con le proprie origini"
Sabrina Busiri Vici
Corriere dell'Umbria Domenica 11 Gennaio 2009

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