La malattia, a volte, si sceglie. Basta alzare un po' l'orlo delle coperte per respingere la vita che incalza senza tregua. Eppure non è questo il caso dell'Argante di Lavia, Il malato immaginario di Moliere - nella versione presentata per la prima volta mercoledì sera al Morlacchi di Perugia - è piuttosto un uomo di straordinaria energia, un superman, che non si sottrae un attimo ai suoi compiti quotidiani di padre, marito, amante e padrone di casa.
Lo fa faticosamente da un punto di vista orizzontale, dal suo letto, concedendosi di tanto in tanto il privilegio di chiudere le porte per lasciar fluire solo la voce della coscienza.
E gira inesorabile in scena il beckettiano ultimo nastro di Krapp su un'esistenza che dialoga con la morte come nel poco conosciuto racconto "Malone muore". Intorno al dualismo vita/non vita che Lavia si carica tutte sulle spalle ruota un mondo di personaggi estremi, una galleria di insetti, animaletti e bestione che sfilano sul palcoscenico con i loro tracotanti vizi e sparute virtù.
Una dark lady dall'incedere sinuoso per moglie e per consulenti di vita traballanti e mostruosi dotti, medici e sapienti rimpiccati su tacchi improbabili. Sono loro a diffondere il morbo della superbia, ad appestare con la falsità e a rovinare tutto per cupidigia. Potere e soldi deformano l'uomo. Solo l'amore di Angelica e Claeante e il buonsenso della servetta e del fratello non puzzano di putrefatto in quella stanza contaminata di mal di essere.
La via mastica e rimastica un materiale filosofico di straordinaria bellezza che affonda le radici in Pascal, e ancora più giù in Cartesio per risalire al Novecento, un corpus che ha come filo conduttore l'uomo e il suo immaginario malato. Tutto questo Lavia lo modella con intelletto lucido senza perdere un colpo virando sul contemporaneo, semplicemente facendo emergere un testo senza scadenza. Lavia è Argante, Lavia dirige, Lavia occupa la scena e la riempie da solo, la svuota per riempirla ancora di una compagnia di bravi attori fra i quali si fa notare Lucia, figlia debuttante dello stesso Gabriele e di Monica Guerritore. É a lei, nelle vesti di Angelica, che vanno le parole dei genitori alla fine di un debutto di applausi.
"é arrivato il momento, senza dover fare nessuna forzatura, Lucia la scena ce l'ha nel sangue, l'annusa, la respira, la sa vivere con estrema disinvoltura. Ora deve solo crescerci dentro"
le parole sono di Monica Guerritore che è stata tra il pubblico in platea a guardare lo spettacolo con le lacrime agli occhi. E dopo, la prima, è là che aspetta il suo turno fuori dal camerino di Lucia. La ragazza, diciotto anni su un corpo ancora da bambina cresciuta a ginnastica artistica e a cultura teatrale, si sta ancora togliendo l'extension bionde del costume di scena, il tutu e le calze a rete; mentre il padre Gabriele, è già fuori dal suo camerino pronto a prendersi i complimenti.
"Non doveva essere sua questa parte, - racconta -, ma l'attrice ha dovuto rinunciare e l'occasione le si è presentata per caso. Così Lucia ha deciso di rimandare l'appuntamento con l'Accademia e imparare il mestiere in tournée. Sarà faticoso, ma lei è fatta per fare questo mestiere."
E il pubblico è d'accordo , perché ha applaudito con convizione l'Angelica molieriana di Lucia mentre il padre con orgoglio la presentava nei saluti finali insieme alla piccolissima Livia Vannutelli (Luisetta). Altrettanti consensi sono andati al resto della compagnia che va ricordata per dovere e meriti: Pietro Biondi (Dottor Diarreus, medico), Gianni De Lellis (Beraldo), Giorgio Crisafi ( notaio), Barbara Begala (cameriera), Mauro Mandolini (Purgone), Vittorio Vannutelli (Dottor Fetus), Giulia Galiani (Belinda, seconda moglie), Andrea Macaluso (Cleante), Michele Demaria (Tommaso Diarreus). Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile dell'Umbria, replicherà fino a domenica
Sabrina Busiri Vici
Corriere dell'Umbria Venerdì 22 Ottobre 2010

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