Il compito che si era proposto Massimo Diosono nel progettare e realizzare una mostra alla ex Chiesa di Santa Maria della Misericordia di via Oberdan, a Perugia, era decisamente arduo: quello di risacralizzare con il suo interevento artistico quello spazio dedicato un tempo al culto. Un culto intenso perché quella era la cappella dell'ospedale della città dove si soffriva e si moriva molto spesso, sulle cui pareti sono permanentemente impressi lamenti e preghiere. Dunque, in quel senso non c'è chiesa più pregna di fede, ma la sua funzione di culto è certo finita, da più di un secolo. Ora ospita mostre che il Comune di Perugia proprietario dello spazio patrocina, come questa molto bella e rigorosa di un artista umbro che merita attenzione.
"Per colui che vede, nulla resta"
, titolo criptico dell'esposizione, patrocinata dal Comune di Perugia, assessorato alla cultura e alle politiche sociali, curata da Emidio De Albentiis, aperta fino al 23 ottobre, presenta otto coppie di opere sistemate specularmente, realizzate con per metà con l'ovatta e per l'altra con la cenere a mo' di pittura. Una realizzazione "site specific", si dice oggi, per chiarire che l'insieme e i particolari sono stati costruiti pensando allo spazio e alla sua storia; dunque un'ambientazione. Sette sono i simboli fra spiritualità e storia: la svastica nazista, anticamente simbolo di non violenza nel suo originario significato giainista; la stella di David che ci riporta allo sterminio degli ebrei; il simbolo moderno della pace; il simbolo dell'oro, fra splendore e potere; la falce e il martello, carica di suggestive utopie, ma anche di feroci repressioni; la mezzaluna dell'islam con le contraddizioni fra le parole del Corano e l'interpretazione terroristica che alcune ne fanno; il mantra induista Om, simbolo della feconda meditazione. Realizzati in pura ovatta applicata a un supporto rigido, sette di quelle opere si mostrano in sequenza sulla parete di sinistra dello spazio; specularmente, sulla parete di destra, sono esposti identici simboli costruiti su sagome "dipinte" di cenere. La leggerezza e il candore dell'ovatta è la metafora del bene e dello spirituale, il grigio quello delle negatività. Due facce della stessa medaglia; la contraddizione intrinseca di ogni ideologia e fede o mito. E infatti, De Albentiis scrive:
"La suadente (in) consistenza dell'ovatta, che pare attrarci con la sua morbidezza invitandoci ad avvicinarci e a condividere quello che il simbolo immediatamente esprime, e, di contro, la decostruzione disillusa insita nella cenere."
Su questi simboli si ergono invece due croci, anch'esse speculari, una in ovatta, l'altra in cenere, ma collocate sulla linea perpendicolare della chiesa: all'ingresso e sopra quella che era l'abside. Dunque, seppure anche la crocefissione rappresenti una contraddizione: fra il peccato che l'ha provocata e la salvezza che Cristo ha garantito, la croce vince su tutto elevandosi fisicamente sopra gli altri caduchi simboli. Un cimento riuscito sia dal punto di vista dei contenuti, sia da quello della ricerca espressiva, sancito dall'accoglienza riservata dai visitatori che sovente sono tornati per approfondire con l'artista spellano la pluralità e intensità dei messaggi che vuole trasmettere. La mostra è visitabile fino a domenica 23 dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 20.

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