"é una accusa irreale e priva di ogni fondamento.
Comunque dopo sette lunghi anni, devastanti per me e per la mia famiglia, siamo approdati in aula.
Il tempo è galantuomo e porterà la verità.
Spero solo di non invecchiare nell'attesa, anche per restituire onore e dignità a mio padre che ha 88 anni..."
Il dottor Pierluca Narducci, fratello minore del gastroenterologo Francesco, morto al Trasimeno l'8 ottobre del 1985, ha rilasciato questa dichiarazione, uscendo dall'aula dell'udienza preliminare, celebrata davanti al gup Paolo Micheli.
Lui, insieme al padre Ugo, all'ex questore di Perugia Francesco Trio, all'avvocato Alfredo Brizioli, al funzionario dei vigili del fuoco Adolfo Pennetti Pennella e al funzionario dirigente dell'Anticrimine Luigi De Feo, deve rispondere delle ipotesi di reato più pesanti e gravi: associazione per delinquere finalizzata al depistaggio delle indagini (gli ultimi due come semplici partecipi) finalizzata ad evitare che si scoprisse che il gastroenterologo era rimasto vittima di un omicidio e che si potesse collegare il suo decesso alla vicenda dei delitti seriali attribuiti al cosiddetto "Mostro di Firenze".
Il pm Mignini sostiene infatti che il gastroenterologo fosse stato ucciso quello stesso pomeriggio dell'8 ottobre, ma che per evitare che si scoprisse il delitto e si potessero fare collegamenti con le vicende fiorentine dei delitti seriali, sarebbe stata organizzata la sostituzione del cadavere, facendo ritrovare cinque giorni dopo, il corpo di un soggetto (non identificato) in località Arginone di Sant'Arcangelo, fatto riconoscere poi come quello del Narducci.
Tra le ventidue posizioni in ballo c'è anche un imputato molto malato ed un altro che ha chiesto, tramnite il proprio legale, un rito alternativo.
Se ne riparlerà il prossimo 20 gennaio.
L'udienza di ieri è servita alla costituzioni delle parti civili.
La costituzione più significativa comunque è quella della vedova del gastroenterologo in quanto la donna sosterrà l'accusa contro il suocero e il cognato: Ugo e Pierluca.
Tra gli indagati compaiono anche la madre, la sorella, una cognata e la stessa suocera del gastroenterologo protagonista, suo malgrado, di questo giallo giudiziario.
Alcuni difensori degli imputati principali avevano eccepito la costituzione di parte civile, ma il gup Micheli, l'ha ammessa.
La costituzione non è una sorpresa, ovviamente: fin dall'inizio Francesca Spagnoli aveva intrapreso una strada del tutto diversa rispetto a quella percorsa dai congiunti del marito.
La donna - che vive a Milano - aveva anche scritto a quattro mani un libro con il giornalista Diego Cugia dal titolo che aveva sollevato un vespaio di polemiche: "Un amore all'inferno".
La costituzione formale in giudizio, di ieri mattina, non è altro che un punto di arrivo prevedibile della vicenda.
Tra le decisioni assunte ieri anche l'affidamento di una trascrizione delle telefonate intercettate durante la lunghissima inchiesta dalla procura.
Agli atti è entrata anche la perizia di parte, depositata dal difensore di uno degli imputati, che si è ammalato gravemente nelle more del processo.
Si tratta di un imputato che, nel corso degli interrogatori del pubblico ministero Giuliano Mignini, non avrebbe risposto alle domande, opponendo come giustificazione, una frase: "Ho paura".
Un altro degli indagati è indagato per non aver voluto fornire i nome di
"alcuni personaggi fiorentini che lui, con il suo barchino, portava a caccia sulle acque del lago."
Una parte degli indagati (Spezi, Zaccaria, Ruocco) deve rispondere del depistaggio che sarebbe stato fatto a Firenze per indirizzare le indagini a favore della "pista sarda" e per screditare l'attività investigativa della procura di Perugia e del Gides di Firenze, diretto dal poliziotto Michele Giuttari

Elio Clero Bertoldi
dal Corriere dell'Umbria Sabato 13 Dicembre 2008

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