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giovedì 4 luglio 2013

Esposizione permanente di Antonio Ranocchia a Palazzo Balaeschi

Compagno di banco di Leoncillo all'Istituto d'arte di Perugia, insegnante di disegno molto amato dai suoi studenti e stimato dai colleghi, apprendista nelle Fornaci Briziarelli di Marsciano, la sua città natale, dove cominciò a sporcarsi le mani con la creta, Antonio Ranocchia, lo scultore gentleman dei nudi marcatamente espressionisti nella concezione e nella scabrezza della modellazione e delle struggenti narrazioni sacre, scomparso nel 1989, sarà presente con una significativa esposizione permanente a Palazzo Baldeschi al Corso di Perugia, che si aggiungerà a quella che gli ha, già dedicato il Museo delle Terrecotte di Marsciano.

La vedova Irma Rengo, custode esemplare della memoria e delle opere maggiori di Antonio, ha infatti deciso di donare l'intero corpus di sculture in terracotta e in bronzo da lei possedute: 61 opere più quattordici disegni e l'archivio alla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia. Il presidente Colaiacovo nella cerimonia di presentazione nella Sala delle Colonne, opportunamente allestita con alcune delle sculture oggetto della donazione, ha annunciato che le opere saranno opportunamente valorizzate nei ristrutturandi spazi dei piani superiori di Palazzo Baldeschi.

Nel ringraziare la vedova, ha sottolineato che questa importante donazione è un significativo riconoscimento dell'impegno in materia d'arte della istituzione da lui presieduta. La. Fondazione possiede in effetti una vasta collezione che va, da Perugino a Gerardo Dottori e temporalmente ben oltre, riguardante dunque tutta la cultura umbra del '900, senza dimenticare la preziosa collezione di ceramiche antiche. Di Ranocchia artista ha parlato approfonditamente Francesco Mancini, docente di Storia, dell'arte del nostro ateneo, ricordando che Gerardo Dottori scrisse in maniera, lusinghiera, del giovane scultore.
La vedova ha curato per anni, nell'appartamento sottostante il suo, un piccolo grande museo dell'opera di Ranocchia, meta di studiosi e dei suoi tanti estimatori.
Sono due i filoni tematici principali dello scultore: quella del sacro (particolarmente significativa la Via Crucis al Santuario di Collevalenza) e della figura (i nudi femminili pervasi di sottile erotismo, ma anche gli animali), ambedue fondate sul disegno, che ritenne sempre fondamentale e propedeutico alla scultura - come ha sottolineato Mancini –.
Ambiti espressivi apparentemente antitetici che invece sono il segno di una visione sinergica dell'immanente e dello spirituale. Lo storico ha voluto poi sottolineare come questo artista, riuscì col suo solo talento ad uscire ben oltre i confini regionali e farsi apprezzare a Parigi, dove espose per numerosi anni al Grand Palais e poi a Berlino e in altre capitali europee. In realtà - ha aggiunto - non è azzardato avvicinare il lavoro di Ranocchia a quello di Roditi in particolare e più in generale all'espressionisino di Nolde, Kokoschka e Schiele.

Con evidente commozione Irma Rengo ha espresso, insieme, malinconia e gioia: tristezza, per un compagno di vita, eccezionale che non c'è più, anche se ancora sente presente dalle sue opere; felicità per la certezza che con questa donazione tutti potranno godere del fascino della scultura di Antonio.

Corriere dell'Umbria Giovedì 4 Luglio 2013

martedì 7 maggio 2013

Perugia: capitale nazionale dell'esorcismo

Verità da proferire a mezza voce. Ma è certo che nella città del Grifo accorrono, da ogni parte d'Italia, i casi più problematici di possessione diabolica, sapendo di poter trovare risposte adeguate.
"E noi li accogliamo - assicura un esorcista nostrano - perché il nostro carisma non può essere contenuto ed esercitato nei limiti della territorialità."
"Ci sono, nella nostra diocesi - afferma l'arcivescovo Bassetti - personalità sacerdotali di grande cultura e di comprovata esperienza in materia."
E indirizza il cronista verso le figure da lui stesso nominate, tra le quali il titolare di una parrocchia periferica della città. Ma la figura di riferimento - a Perugia lo sanno tutti - è un coltissimo padre teologo agostiniano, apprezzato musicista di fama internazionale. Come esorcista, è conosciuto e stimato a livello nazionale. Anche se deve un po' risparmiarsi per questioni di salute, opera attivamente quasi tutti i giorni. Non è infrequente che lo stesso padre Gabriele Amorth si rivolga a lui per uno scambio di opinioni. Indagare è difficile. La materia è delicata e i nemici del demonio stantio con le bocche cucite osi tengono sulle generali: non esistono statistiche. Di casi particolari non si parla. Ma alcune verità vengono dette.
"Tutti possiamo essere esorcisti: con la preghiera"
, afferma un prete perugino, noto per la sua tenacia nell'affrontare con energia indicibile, e nel risolvere, i casi più ostici. Il cronista lo ha inteso gridare a perdifiato: "Vade retro Satana!" nella sagrestia di una chiesa del centro storico, risaputo polo di esorcismo. all'indirizzo di una posseduta: una giovane donna (peraltro bellissima) che urlava con voce cavernosa, sbattendosi e rifiutando il crocefisso. Ora quella giovane sta bene, ma non è stato facile liberarla.
"Il miglior esorcismo è la confessione"
, aggiunge lo stesso sacerdote alla presenza della ragazza che, pacificata, annuisce. Ma quali sono i casi di reale possessione diabolica e quali invece i disturbi riconducibili alla sfera della psiche o del malessere esistenziale?

"Mi sono meravigliato - confessa il più potente esorcista perugino - nel consultare la Grande enciclopedia della salute in 25 volumi, edita in collaborazione con la Fondazione Veronesi. Al capitolo relativo, si chiamano in causa psichiatri, psicologi, psicoanalisti, psicoterapeuti, ma non si fa parola della possessione diabolica. E dire che, purtroppo, è una cruda realtà dalla quale non si può prescindere .”

Poi sferra un attacco allo scientismo, al relativismo, al laicismo imperante che vuol risolvere tutto col farmaco. A seguire. la cannonata:

"Ritengo, addirittura, che sarebbe auspicabile una collaborazione tra l'analista della psiche e quello dello spirito; è quest'ultimo che dovrebbe, per primo, escludere una componente patologica spirituale. Non è infrequente che io stesso indirizzi in ambito psichiatrico certi soggetti (come mi è capitato di recente, dopo incontri protratti per un mese) in cui non c'è traccia di possessione, ma solo segni di disturbo mentale".

Lo stesso Amorth ha dichiarato che, tra gli oltre 70 mila casi trattati, un centinaio erano sicuramente riconducibili a vere possessioni diaboliche. Altro che indemoniati! Nella maggior parte dei casi, si trattava di "disturbi della personalità o malattie mentali".

"Molti se lo vanno a cercare Satana", dice il teologo agostiniano. E cita il consumismo esasperato: cibo, alcool, sesso, avidità di denaro e di successo, droga, sedute spiritiche. Questa pratica spiritistica, a Perugia, ha sempre raccolto ampio consenso tra persone di ogni età e condizione. Mosse da laicismo massonico, da anticlericalismo, da semplice curiosità. "Ma l'evocazione è sempre pericolosa", assicura il sacerdote di ampio carisma. Il piattino che si muove, insomma, non è un gioco, ma presuppone rischi e sofferenza.

Specie per quanti si affidano a stregoni, praticoni avidi e medium improvvisati. "In numerosi casi - dice l'esorcista - Satana è figlio della droga: spesso una persona guarisce, ma poi, tornando al consumo, ricade nelle grinfie della possessione".
Lei non ha paura del demonio? "e lui ad aver paura di me che opero in nome di Dio", la secca risposta. Insomma: ci si creda o no, Satana è tra noi, o forse, potenzialmente, dentro ciascuno di noi.

Ma a Perugia c'è chi, non da oggi, si dimostra in grado di liberare le persone dal demonio, da Satana, da Lucifero, da Belzebù. O come "diavolo" si voglia chiamare la personificazione del male.

Corriere dell'Umbria Martedì 7 Maggio 2013

mercoledì 20 marzo 2013

Così ho salvato la Fontana Maggiore

Una vita per l'arte e nell'arte, in difesa della bellezza. Sempre con Perugia nel cuore, centro di gravità di una carriera vertiginosa con incarichi sempre più importanti e prestigiosi nelle Soprintendenze di tutta Italia. Caterina Bon Valsassina racconta con orgoglio ed emozione sincera quella che definisce “l'insana passione” per la storia dell'arte.

“Sono nata a Perugia, ci sono rimasta fino al primo anno di Università, questo mestiere l'ho deciso a 16 anni”. Come è successo? “Grazie alla mia insegnante di storia dell'arte del Liceo Classico, Mariella Liverani. Ricordo benissimo, in un preciso momento ho capito quello che volevo fare. La cosa strana è che a 16 anni era già tutto chiaro: non storia dell'arte in generale, io volevo proprio lavorare in Soprintendenza. Poi? Mi sono iscritta all'Università qui a Perugia, mi ci è voluto un anno intero per convincere mio padre a mandarmi a studiare fuori, a Firenze. L'Università migliore, dove mi sono laureata”.

Li inizia la sua carriera, ricchissima. Primi passi? “Nel 1980 faccio il primo concorso da ispettore della Soprintendenza. Vinco, scelgo Napoli come destinazione. Volutamente non sono tornata a Perugia, avevo ancora bisogno di essere libera, di mantenere la mia autonomia, di restare lontano”. Poi c'è Roma... “Già, al Gabinetto del Ministro Scotti, poi Palazzo Venezia, la Soprintendenza, il doppio incarico per la mostra su Garibaldi e la direzione del Laboratorio di restauro. Nell'87 vinco il concorso del Ministero degli Affari Esteri, un anno in Kenia, mi sono praticamente inventata il lavoro”. L'Umbria quando arriva? “Ci sono tornata per questioni personali, dal 1989 al 2001 sono stata qui. Venivo da una soprintendenza storico-artistica, questa era mista: un periodo meraviglioso, fondamentale, tutto quello che ho fatto dopo lo devo a questa esperienza, ho imparato quello che mi è servito in questo mestiere”.

Momenti clou? “Il restauro della Fontana Maggiore, la direzione di Palazzo Ducale di Gubbio e della Rocca Albornoziana di Spoleto. Ho elaborato una nuova idea di gestione, il contratto di comodato d'uso gratuito, adesso è diventato un modello nazionale”. C'à stato anche il terremoto... “In un mese abbiamo raccolto in un libro la prima stima dei danni. Ricordo la Basilica di Assisi ma anche un episodio curioso, riguarda il Crocefisso di Sellano. Aveva subito danni gravissimi ma era apotropaico, la città non voleva rinunciarci. Ho ottenuto una sorta di conciliazione con la Curia: poteva essere trasferito per il restauro con la promessa che sarebbe tornato per la Processione. Tornò con un'ingessatura”. Dopo l'Umbria? “Soprintendente a Milano e dal 2002, per 7 anni, direttrice dell'Istituto centrale del restauro, una grandissima scuola di vita. E poi Venezia, alla guida del Polo museale, il mio grande amore accanto a Perugia, ci sarei rimasta per sempre. Dall'aprile 2010 sono Direttore generale per i beni culturali della Lombardia”. II legame con Perugia? “Resta fortissimo, sono residente, voto qui, ci torno ogni settimana, è un punto fermo in una vita itinerante. Ho bisogno del verde, della vegetazione, dei profumi della primavera, delle colline e del Tevere, ci faccio grandi camminate”.

 

La Nazione Lunedì 18 Marzo 2013

domenica 11 dicembre 2011

Enzo Coloni: un umbro a tutto gas

Correre, correre e correre. Non smettere mai, anche quando la vita ti mette il bastone fra le ruote. Salire in auto e spingere il piede sull'acceleratore. Sempre più forte. Enzo Coloni è un lupo solitario (come il marchio delle sue scuderie) che in sessanta anni di vita ha percorso chilometri e chilometri, prima da pilota e poi da team manager. Sempre al massimo. Un umbro con la passione dei motori che ha seguito un tracciato fatto di successi e sconfitte. Il suo grande sogno, la Formula 1, si è trasformato in un incubo. "Un mondo di squali" che l'ha divorato tra il 1987 e il 1991. I risultati scadenti e i tanti debiti accumulati lo hanno costretto all'addio. Sembrava finita e invece Coloni ha ripreso a "correre": oggi ha di nuovo una scuderia che gareggia nella Gp2, l'anticamera della Formula 1. La sua tana è a Passignano sul Trasimeno, nella zona industriale al confine con Tuoro, il paese dove è nato. Il suo studio è quasi vuoto: qualche trofeo, una grande scrivania centrale e pochissime foto. Durante l'intervista si ferma spesso a rispondere al telefono.
"È mio figlio che mi aggiorna sui test series della Gp2 a Barcellona."
Ne ha conosciute di persone Coloni: Bernie Ecclestone ("Mi ha dato una mano nei momenti difficili"); Flavio Briatore (“Un grande organizzatore che presto rientrerà in Formula 1"); Ayrton Senna ("Un uomo schivo ma determinato"). Insomma, tutti i nomi che hanno fatto la storia dell'automobilismo mondiale. Coloni, però, sembra non voler ostentare questa "fortuna". C'è una foto che conserva con particolare cura: quella di Enzo Ferrari.
"Ho conosciuto l'ingegnere a 36 anni – racconta tra un tiro di sigaretta e l'altro –. Avevo vinto il campionato italiano di Formula 3 nel 1982 e andai a Maranello per conoscerlo. Un pranzo informale, com'era nel costume di Ferrari, poche parole e un buon rapporto mantenuto anche negli anni successivi."
La carriera da pilota di Enzo finisce proprio nel 1982.
"Ero ormai troppo vecchio per il salto in Formula 1. Feci delle prove con l'Arrows in Inghilterra, ma decisi di smettere con il volante, anche perché ci volevano molti soldi."
È il paradosso dell'automobilismo: per correre, anche se sei bravo, c'è bisogno di qualcuno che ti sostenga dal lato economico.
"Li chiamano sponsor, ma in realtà sono tutto per un pilota."
Quando Enzo cominciò a correre il mondo delle corse funzionava più o meno nello stesso modo. Anche all'epoca la passione da sola non bastava, ma il denaro non era ancora così determinante.
"L'amore per le auto è iniziato subito, a otto anni, quando dopo scuola andavo nell'officina di mio cugino a Tuoro."
Giorno e notte a smanettare: dalla prima Lancia Ardea del ‘54 ai motori Ford e Subaru montati sulle monoposto della F1. Negli anni Settanta la scuola di pilotaggio a Magione con Henry Morrogh, gli errori grossolani, le gare in giro per l'Italia. Immancabili gli aneddoti.
"Negli anni Ottanta in f1 c'erano ancora le pre-qualifiche. Noi spesso non riuscivamo a passare il turno. Una volta a Monza bisognava spostare il nostro tir. Nessuno era in grado e allora mi misi io al volante con Nigel Mansell (campione del mondo di F1, ndr) nelle insolite vesti di parcheggiatore."
Un mondo genuino, pionieristico. Ma anche pieno di tranelli. "Il più puro aveva la rogna", dice ridendo Coloni.
"Ha presente Frank Williams (storico team manager dell'omonima scuderia di F1, ndr)? Bene, una volta mi chiamò. All'epoca volevo mettere sotto contratto un ingegnere. Diciamo che mi fece cambiare idea. E non con modi garbati."
Oggi Enzo si dedica soprattutto ai giovani. Tanti i piloti che si sono fatti le ossa con la sua scuderia: i figli d'arte Mathias Lauda e Nico Rosberg, l'italiano Luca Filippi.
"Lo sa che se Fernando Alonso è uno dei migliori piloti al mondo lo deve un po' anche a me?."
Il pilota asturiano prima di approdare in Formula 1 si fece notare in un campionato, il World Series di Nissan, che Coloni creò in Spagna a metà anni Novanta. Storie nelle storie che si sorpassano nel lungo gran premio della vita.
Quattrocolonne di ottobre 2011
Giovedì 8 Dicembre 2011

giovedì 17 marzo 2011

Gli Umbri che unirono l’Italia

Donne e uomini, popolani e nobili, religiosi e laici. Centocinquanta anni fa combatterono insieme per sottrarre l'Umbria all'egemonia papale e far parte del nascente Regno d'Italia. Simbolo ancora evidente del passato dominio del Papa-Re è la Rocca Paolina che i perugini assalirono il 13 dicembre del 1848. Ma già da tempo il fermento rivoluzionario era forte nelle terre pontificie. Gubbio era un centro di riferimento per la Carboneria in Umbria sin dai primi decenni del secolo.
A Città di Castello, nonostante il forte controllo papalino, venivano smerciati coccarde e nastri tricolori. ostentarli significava il carcere, ma ci fu anche chi, come il perugino Romualdo Ettorri, non si sottomise alla minaccia preferendo la condanna. Nei primi anni trenta dell'ottocento iniziava a farsi largo Francesco Guardabassi, futuro capo dell'opposizione liberale perugina. Fu lui, l'8 maggio del 1833, a mettersi a capo della rivolta contro i gendarmi pontifici che volevano perquisire la farmacia di Bernardino Tei, convinti che fosse un ritrovo di rivoluzionari. Quando i fratelli Bandiera, venuti a conoscenza dei moti rivoluzionari in corso, decisero di sbarcare in Calabria, anche un perugino si unì alla spedizione: Domenico Lupatelli, che morì fucilato a Cosenza il 25 luglio 1844. Allo scoppio della prima guerra d'indipendenza, il fermento umbro era così forte, che solo da Foligno partirono in più di 100.
E anche quando Pio IX decise di non appoggiare più la guerra contro gli austriaci, furono molti i folignati che disobbedirono alla volontà papale e rimasero al fronte. Il più famoso è Luigi Chianciani di Spoleto che tornerà dall'esilio solo dopo l'unificazione dell'Italia. Da lì a pochi anni i moti rivoluzionari portarono alla nascita della Repubblica Romana. Un'esperienza alla quale parteciparono ancora una volta molti umbri. Il 9 febbraio del 1849 un decreto dichiarò il Papa decaduto e la nascita della Repubblica. Atto che portava la firma di due umbri: Giovanni Pennacchi e Ariodante Fabretti. Ma la vita della Repubblica fu breve. Il Papa chiese aiuto ai francesi che, il 24 aprile 1849, sbarcarono a Civitavecchia.
S'inserisce qui la storia di una giovane diciassettenne di Città di Castello, desiderosa di portare il suo contributo alla causa repubblicana. Colomba Antonietti era una bella e giovane popolana che, tagliati i capelli e indossata la divisa, morì tra le braccia del marito in difesa della Repubblica Romana che crollò pochi giorni dopo. Nel 1859, con lo scoppio della seconda guerra d'indipendenza, 350 umbri partirono in aiuto dell'esercito piemontese. Il 14 giugno una delegazione di perugini guidata ancora da Guardabassi dichiarò l'indipendenza della città dallo Stato Pontificio, formando un governo provvisorio. La controffensiva papalina non si fece attendere: il 20 giugno le truppe del Papa invasero la città saccheggiandola e distruggendola. Episodio che fece scalpore in tutto il mondo, tanto da trovare spazio anche tra le pagine del New York Times. Ma la liberazione era vicina. Alla spedizione di Garibaldi partecipò anche l'orvietano Pietro Stagnetti che nell'elenco dei mille compare al numero 956. Con i successi dei garibaldini arrivò anche la libertà umbra. Era il 14 settembre 1860 quando, con i combattimenti di Porta Santa Margherita, i piemontesi liberarono la città. E ancora una volta un perugino fu tra i protagonisti della battaglia: il generale Giovanni Ruggia. Con il plebiscito del 9 novembre, 97.040 umbri contro 380 dichiararono di voler aderire al nuovo Stato. Con il decreto del commissario Napoleone Gioacchino Pepoli, il 15 dicembre la provincia dell'Umbria, formata dai territori delle antiche delegazioni pontificie di Perugia, Spoleto, Rieti e orvieto, divenne una realtà.
Gianluca Ruggirello
Giulia Serenelli
da QuattroColonne
Lunedì 21 Febbraio 2011

giovedì 12 novembre 2009

Alice Taticchi ad Abu Dhabi per Miss Mondo

Dopo Londra la prossima tappa del viaggio della miss perugina Alice Taticchi in gara per la corona di Miss Mondo è Abu Dhabi. La bella perugina ha 19 anni e rappresenta appunto l'Italia al concorso di Miss Mondo che nei giorni scorsi ha festeggiato il suo avvio ufficiale a Londra, con una serata di beneficenza nel prestigioso Grosvenor House Hotel, l'albergo in cui hanno pernottano le 120 concorrenti da tutto il mondo. Alice Taticchi è una statuaria perugina, che a soli 19 anni ha già vinto altre competizioni di bellezza, ed aspira a diventare la prima Miss Mondo italiana della storia. E alta 1.84, ha i capelli castani e gli occhi castani-verdi.
"Faccio la modella da quando ho diciassette anni - raconta - e ho appena terminato il liceo scientifico a Perugia. Non voglio, in futuro, solo sfilare come modella, ma vorrei occuparmi anche di altri ambiti della moda. Questo concorso è un'occasione straordinaria, ma appena finito Miss Mondo, voglio proseguire con gli studi, e iscrivermi alla facoltà di Economia all'Università di Perugia."
Paura della concorrenza?
"Assolutamente no, le altre sono tutte carinissime e disponibili ad aiutare"
, dice la bellezza italiana. Oggi le 120 ragazze sono attese ad Abu Dhabi per altre serate di natura filantropica, prima di riprendere il viaggio verso la loro meta principale: Johannesburg. Sarà infatti proprio la città sudfricana ad ospitare nel corso dei prossimi giorni, tutte le sfide e competizioni che determineranno chi, tra le 120 partecipanti, diventerà la nuova Miss Mondo il 12 dicembre. Intanto trapelano le prime ipotesi su chi, dunque, potrà succedere alla 21enne russa Kseniya Sukhinova . Tra le favorite si segnalano la sudafricana, Tatum Keshwar, che tra le altre cose gioca in casa, ma potrebbero essere in lizza per il titolo anche l'indiana Pooja Chopra e la messicana Perla Beltran
Corriere dell'Umbria Martedì 10 Novembre 2009

giovedì 29 ottobre 2009

Il premio Gentile da Fabriano a Gianluigi Angelantoni

L'imprenditore umbro Gianluigi Angelantoni é stato insignito del premio Gentile da Fabriano per la sezione ''Economia, impresa e società''. Ne dà annuncio una nota di Confindustria Umbria.
Il riconoscimento, fondato da Carlo Bo nel periodo in cui era rettore dell'ateneo di Urbino, giunto quest'anno alla 13esima edizione, é suddiviso in 4 sezioni, Vite di italiani; Economia, impresa e società; Carlo Bo per l'arte e la cultura; Scienza, ricerca e innovazione, assegnate rispettivamente, a Guido Bertolaso, Gianluigi Angelantoni; Milena Gabanelli; Gian Mario Bilei. ''Quattro figure - si legge nelle motivazioni - che esprimono differenti impegni, ma tutti significativi e di alto valore sociale e culturale''.
Le Industrie che fanno capo Gruppo Angelantoni si sono imposte a livello mondiale nel campo dei simulatori per i test ambientali, inclusi i simulatori spaziali, e delle apparecchiature biomedicali a basse temperature. Per offrire un supporto ad uno sviluppo sostenibile e compatibile con l'ambiente, recentemente hanno esteso l'attività al solare termodinamico basato sulla tecnologia a sali fusi inventata da Carlo Rubbia in Enea.
In tale settore, la controllata Archimede Solar Energy, di cui Gianluigi Angelantoni é amministratore delegato, ha una leadership nel mercato mondiale. L'industria di Massa Martana é impegnata anche in ricerche sul fotovoltaico a concentrazione e in un'altra frontiera del solare, la produzione di impianti per celle fotovoltaiche a film sottile, come quello ora in collaudo per un'azienda del Gruppo Marcegaglia.
pg/rg/alf
Asca Lunedì 19 Ottobre 2009

lunedì 10 agosto 2009

Martina Tinozzi è Miss Perugia 2009

É Martina Tinozzi Miss Perugia 2009. Nella splendida cornice del Lago Trasimeno, alla discoteca "Ciao Ciao", ha conquistato il prestigioso titolo che le darà il diritto di rappresentare Perugia a Salsomaggiore nonché di gareggiare per l'assegnazione dell'altrettanto agognata fascia di miss Umbria 2009.
La serata del "Ciao Ciao" non ha tradito in alcun modo le attese, garantendo un'importante ribalta alle numerose ragazze residenti nella provincia di Perugia che vi hanno preso parte; a vivacizzarla anche la verve di Raffaello Zanieri, che oltre a presentare le ragazze partecipanti al folto pubblico arrivato in riva al Trasimeno ha dato prova delle sue qualità di showman.
La parte del leone, pardon delle "leonesse", l'hanno comunque fatta le ragazze che hanno sfilato sulla passerella torreggiana, bellezze genuine che hanno strappato applausi convinti sia ai giurati che gli spettatori
Corriere dell'Umbria Lunedì 10 Agosto 2009

mercoledì 17 giugno 2009

Alice Taticchi Miss mondo Italia 2009

Giovanissima, bellissima e con un nome da favola, che questa volta è diventata realtà: Alice. Alice Taticchi è Miss Mondo Italia 2009. É stata incoronata a Gallipoli "Bleu Salento" di fronte ad un affascinante e incantevole Jonio da Elsa Di Gati giornalista e conduttrice Rai e da Alessandro Magrino per Maria Cristina Sterling.
Lo spettacolo è stato condotto da Giancarlo Magalli ed Antonella Caramia. La bella tra le belle ha diciannove anni che compirà il 25 giugno, proprio il giorno in cui sosterrà gli scritti per la maturità scientifica.
Frequenta il liceo Alessi ed è di San Mariano. Alice è alta 184 centimetri, capelli castani, occhi castano-verdi, corpo statuario e già in passato, nel 2007 ha vinto il titolo di "Più bella del Mondo" e l'anno scorso si è qualificata prima nell'edizione dello School Day 2008 organizzato da Simone Ferroni, noto come "Mone" e capitanato da Giudo Amico.
Parla correttamente tre lingue, si interessa di economia, ha una dizione praticamente perfetta, presenza scenica e portamento impeccabile.
[...]
Floriana Lenti

martedì 21 aprile 2009

La pace Gauggi Geronzi

Scoppia la pace, dopo anni di fiera contrapposizione e battaglie legali (civili e penali) tra l'ex patron dell'Ac Perugia Luciano Gaucci ed il presidente del consiglio di Sorveglianza di Mediobanca Cesare Geronzi.
Dopo la rinuncia di Gaucci all'azione civile nei confronti del banchiere, al quale chiedeva il risarcimento dei danni per l'attribuzione della responsabilità per il fallimento della società di calcio umbra, ieri mattina Geronzi ha ritirato la querela per diffamazione per quelle dichiarazioni.
Dichiarazioni che avevano fatto finire sotto processo Gaucci non solo per diffamazione, ma anche per calunnia.
Per effetto del ritiro della querela, formalizzato dai legali del banchiere, gli avvocati Emilio Ricci e Francesco Vassalli, il pm Francesco Dall'Olio ha chiesto al giudice monocratico il non doversi procedere nei confronti di Gaucci, per remissione di querela sotto il profilo della diffamazione e, per quanto riguarda la calunnia, reato per il quale la procura ha proceduto d'ufficio, il rappresentante dell'accusa ha sollecitato l'assoluzione dell'imputato per
"insussistenza dell'elemento soggettivo."
La "vertenza" tra Gaucci e Geronzi aveva preso spunto dalle dichiarazioni del patron perugino, che accusava l'esponente di Mediobanca di aver determinato il fallimento del Perugia calcio.
Gaucci aveva parlato, tra l'altro, di regalie per circa 60 milioni di euro fatte a Geronzi ed ai suoi familiari nell'arco di 20 anni.
La sentenza del residuo di processo a Gaucci per calunnia è stata aggiornata al 15 luglio prossimo. Quando la polemica era rimbalzata sulle televisioni e sui giornali, alle affermazioni di Gaucci (che aveva sostenuto di aver frequentato per anni (sia lui che la sua famiglia) la villa dei Geronzi, il banchiere aveva replicato seccante sostenendo che le frequentazioni non c'erano mai state.
La pace esplosa in queste ultime ore è, indirettamente, una sorta di vittoria per Gaucci che sta rimettendo a posto i conti della sua vicenda e della "guerra" che aveva lanciato contro i "poteri forti" (così li definiva il patron) del calcio italiano.
Proprio la scorsa settimana Gaucci ha portato un altro attacco, sia pure su un altro fronte: ha chiesto il risarcimento dei danni del crac dell'Ac Perugia, ad un avvocato romano che lo aveva tutelato nella prima fase della vicenda (prima appunto del fallimento della società).
La richiesta di risarcimento è firmata oltre che da Lucianone, dai suoi figli, Alessandro e Riccardo.
Coinvolto nella vicenda penale del crac (inchiesta del pm Antonella Duchini e della guardia di finanza), Gaucci aveva dovuto subire, per evitare l'arresto, un asilo sia pure dorato a Santo Domingo di quasi tre anni
Corriere dell'Umbria Martedì 21 Aprile 2009

giovedì 19 marzo 2009

Intervista a Federica Federici

Cresce il plotoncino delle belle e giovani attrici umbre in carriera. A Bellucci, Chiatti, Orsini, Lodovini si è aggiunta proprio in questi giorni anche la perugina Federica Federici, scrittrice di fiabe e giornalista di Canale 5, che dopo un corsivetto scritto da Carlo Rossella (attuale presidente di Medusa Film) su "Il foglio", nel quale la definiva nientemeno che "la più bella di Roma", come era prevedibile è stata subito contattata da agenti e registi per provini di varia natura.
Lei ha detto di "sì" a tre proposte, una quarta l'ha scartata perchè, sul filone dei film giovanilisti,
"aveva una trama veramente ridicola. Tutto è iniziato" racconta"poco dopo l'uscita dell'articolo di Rossella. Alla mia agente letteraria Fabrizia Mancuso, che non si occupa solo di libri ma anche di altri generi, sono arrivate varie proposte però io per cinque mesi ho continuato a dire di no perchè volevo entrare in pianta stabile a Mediaset.
Considero il mio lavoro primario il giornalismo. Dopodiché, ottenuto il contratto, ho pensato a divagarmi un po' così, stile "casalinga disperata", ho accettato di mettermi in gioco, a trent'anni, con un'esperienza nuova solo per emozionarmi e mettere a verifica le mie capacità.
Vorrei consigliare alle donne di non gettare mai la spugna, di non accantonare mai i propri sogni, non è mai tardi per provare a realizzarli."
In realtà l'esperienza del cinema per Federica non era proprio nuovissima perché nel 1996 aveva iniziato a girare un film di Marshall Herskovitz, "Padrona del suo destino", con Jacqueline Bisset, ambientato in una Venezia finta riscostruita a Cinecittà.
"Facevo delle comparsate, però poi smisi perché nel frattempo mi avevano assunto non mi ricordo dove per un lavoro più serio."
A tredici anni di distanza Federica ci riprova dopo aver fatto però molta gavetta come attrice teatrale ed essersi affermata come intervistatrice di star e inchiestista televisiva (sta per partire per gli Stati Uniti per un servizio sulla nuova Washington di Obama).
Ha iniziato con alcune puntate di "Distretto di polizia 9" che andranno in onda ad ottobre.
"Con la fiction è stato meno traumatico del cinema"confessa"perchè ormai mi sono abituata a lavorare in tv.
Anche il provino per me è stato uno scherzo. Dovevo interpretare la parte di una psicologa, Caterina Ferretti, così mi hanno dato un foglio da leggere e mi hanno chiesto di ripetere la frase a modo mio. Devi sapere che i miei genitori sono entrambi neuropsichiatri, quindi io il linguaggio medico lo conosco abbastanza bene.
Così in perfetto "medichese" ho fatto un summit sulla situazione terribile di quel distretto. Dentro di me ridevo come una matta perché avevo copiato pari pari i miei genitori. Loro mi hanno detto "Splendido, un tono magnifico". Ho già girato cinque puntate ed in aprile torno a farne delle altre."
Subito dopo la chiama Vanzina per il nuovo film "Vacanze ai Caraibi" ma lei, per motivi di lavoro non riesce ad andare all'appuntamento e si presenta solo il mese successivo .
"Quando Vanzina mi ha vista mi ha detto subito: "Peccato, sei arrivata tardi: c'era una parte perfetta per te. Adesso è rimasta solo quella della moglie di Enrico Bertolino, il comico". Io sono stata contentissima lo stesso perché Enrico è simpaticissimo. La mia è una parte piccola però mi è servita per affrontare con calma la mia prima esperienza cinematografica. Tra poco arriva la seconda, e sarà molto più impegnativa. Non posso ancora dire né il nome del regista, ma è italiano e famosissimo, nè il titolo del film, però posso dire che farò la parte di una "femme fatale" francese e che gireremo un po' a Parigi e un po' a Roma. Le riprese inizieranno a maggio."
Donna dai mille interessi, dinamica come può esserlo una giornalista determinata a fare carriera, sempre pronta a sperimentare nuove chances professionali Federica non abbandona per strade le vecchie passioni coltivare fin dall'adolescenza, come la scrittura di favole.
"Nei ritagli di tempo ho concluso la mia 'trilogia fantasy' con 'Le tre terre', l'ho iniziata a Bali, l'ho finito a Roma. É vero, cerco di conciliare con tutte le mie forze le mie tante anime: raccontatrice di storie, scrittrice di favole, menestrello delle notizie.
Ora si è aggiunto il cinema. É bello fare la doppia parte: a volte il cinema lo racconto in tivvù, con le interviste alle stars e altre volte sto dall'altra parte, sul set.
Recentemente ho intervistato Laura Chiatti. É stato un bellissimo incontro tra umbre. Lei è veramente un tesoro: simpatica, semplice, divertente"
Anna Lia Sabelli Fioretti
Corriere dell'Umbria Lunedì 16 Marzo 2009

domenica 11 gennaio 2009

Intervista a Silvio Orlando

Silvio Orlando Martedì sarà al teatro Nuovo di Spoleto. Da mercoledì a domenica al Morlacchi Dell'Orlando cinematografico si sa. Una popolarità italiana di origine controllata. Insignita da premi blasonati come la Coppa Volpi e una filmografia carica di titoli a quattro stelle.
De l'Orlando teatrale, quello innamorato, invece se ne sa meno. La sua matrice è partenopea: è nei fermenti della Napoli teatrale degli anni settanta che Silvio Orlando inizia a muoversi, per poi farsi sdoganare dal Teatro dell'Elfo di Milano.
"Mi sentivo come Totò quando faceva il militare a Cuneo"
commenta l'attore parlando del suo periodo teatrale meneghino.
Sulle tavole del palcoscenico umbre comunque non tornava da qualche tempo. Il suo ultimo passaggio va recuperato a "Questi fantasmi" di Eduardo De Filippo che ha debuttato in anteprima a Orvieto e poi ha toccato diverse piazze in Umbria, tra queste Perugia nel 2006.
Martedì Orlando sarà al Teatro Nuovo di Spoleto. Con lui ci sono Alessio Boni, Anna Bonaiuto e Michela Cescon, interpreti scelti con cura dal regista Roberto Andò per portare in scena un testo di Yasmina Reza, autrice contemporanea francese, sull'inguaribile misantropia che contagia il terzo millennio.
"Il dio della carneficina", questo il titolo della versione italiana, replicherà al Teatro Morlacchi di Perugia da mercoledì a domenica.
Lo spettacolo ha preso il via proprio da qualche giorno, partendo dalle Marche, perciò è ancora tutto da scoprire.
"Finalmente un testo su cui ancora ci sono pochi elementi di giudizio."
É l'esordio di Silvio Orlando che ribadisce e chiarisce:
"Così ci si può fare un'idea poco alla volta, senza sottoporsi continuamente al confronto con i precedenti."
Nuovo anche l'insieme di attori che Andò ha messo insieme. Tutto da amalgamare?
"Beh, siamo un quartetto bene assortito di tutte persone nate in teatro che amano il teatro e tornano di tanto in tanto al palcoscenico attraverso percorsi e combinazioni diversi."
Dopo anni di confronto con Eduardo, ora un testo lontano come gestazione. Scelta precisa o caso?
"Probabilmente una scelta dovuta ai limiti che presenta oggi il teatro italiano.
C'è un'interruzione nella drammaturgia. I testi non hanno una presa diretta sull'oggi, come invece si trova in Reza. Il dio della carneficina è una macchina scenica che funziona con meccanismi tradizionali ma tocca anche un tema centrale del nostro presente."
Sta parlando della pesantezza diffusa di stare al mondo?
"sì. Il testo parte come approccio sociologico al bullismo. Quattro genitori che parlano dei propri figli e delle loro bravate. Poi invece prende una direzione che porta al tema della misantropia come difficoltà patologica di condividere il mondo con gli altri.
I nostri simili sono visti come ostacoli per la realizzazione del sé. E i genitori diventano peggio dei loro figli, inizialmente sotto accusa."
Nessuno escluso o assolto?
"In scena ci sono quattro universi diversi ma ugualmente misantropici."
Al cinema Silvio Orlando sembra più disinvolto nelle scelte. A teatro invece più timoroso. É così?
"Cerco di sapere dove sono e cosa sto facendo. Cerco materie che capisco pienamente e in cui posso riuscire. Non azzarderei mai Pirandello, il suo linguaggio non lo comprendo."
A proposito di azzardi. Ora si sta mettendo alla prova in una regia cinematografica. A che punto è "L'orfano"?
"Per aria. É ancora un'ipotesi. É una storia di bambini, a carattere autobiografico. E dicono che le storie di questo tipo si faccia fatica a distribuirle...."
Il produttore però c'è. Michele Placido?
"Beh, diciamo che i produttori in Italia non ci sono. Perché non producono ma cercano soldi . E ora c'è un blocco di mercato e di distribuzione."
Il tema del suo testo autobiografico nasce dalla necessità di parlare di Napoli. Prendendo la distanza da quanto ora si va dipingendo. In polemica con "Gomorra", forse? "Per carità. "Gomorra
" di Matteo Garrone è un film epocale. Io però volevo tornare sulle occasioni perse. Al dove si è rotto quel giocattolo di civiltà che era Napoli. Al quando si è interrotto il dialogo tra le stratificazioni sociali. E al punto in cui la borghesia, classe dirigente, non si è presa le sue responsabilità. Lasciando compiere l'orrore di ingegnerie sociali, cioè i ghetti. Luoghi terrificanti che potevano produrre solo orrori. Quando, dunque, siamo diventati figli di figli di un grande aborto urbanistico?."
Nella sua infanzia ricorda una Napoli diversa?
"Certo. Dove si viveva protetti da grandi omogenizzatori sociali."
E oggi che rapporto ha con la sua città?
"Di amore e odio. Come tutti con le proprie origini"
Sabrina Busiri Vici
Corriere dell'Umbria Domenica 11 Gennaio 2009

Gabriele Mirabassi premiato da Musica Jazz

Infine è arrivato. L'ambito riconoscimento che ogni anno la rivista specializzata "Musica Jazz" assegna ai migliori lavori e ai migliori autori sul mercato, tramite un referendum tra i giornalisti della Penisola, per l'anno 2008 è andato a Gabriele Mirabassi, clarinettista perugino premiato per il suo "Canto d'ebano", album interamente nato e realizzato a Perugia dall'etichetta perugina, appunto, Egea in uno dei luoghi perugini consacrati all'ascolto della musica: l'auditorium, ex oratorio, di Santa Cecilia.
Questa sera alle ore 21, in occasione del concerto di Gabriele Mirabassi trio, nello stesso auditorium avrà luogo la presentazione della seconda edizione del Waltex Jazz Competition, manifestazione - concorso che ha come finalità la promozione di formazioni emergenti che svolgono attività nel campo della musica jazz, world, etno.
L'iniziativa è promossa da Radar Records, etichetta discografica del gruppo Egea, e da Waltex Tricot, prestigiosa azienda di Prato molto conosciuta per la produzione di tessuti per l'alta moda.
Waltex Jazz Competition è sostenuto da Imaie, dal Mei. Il Waltex Jazz Competition è rivolto alle formazioni che intendono accedere al mercato discografico e che, per tale motivo, hanno necessità di produrre progetti musicali originali che vengano distribuiti nei circuiti discografici ufficiali.
Radar Records produrrà il lavoro del vincitore del Waltex ed Egea Distribution garantirà l'accesso ai circuiti distributivi ufficiali nazionali ed esteri.
Tornando al risultato ottenuto da "Canto di Ebano" , esso è il frutto di un lungo e percorso che vede Mirabassi e l'Egea impegnati, in Italia e all'estero, da protagonisti.
Mirabassi è riconosciuto ormai come uno dei clarinettisti più importanti a livello internazionale. Egea ha costruito, nel corso dei suoi quindici anni di attività, una prestigiosa realtà discografica molto apprezzata in Italia e all'estero.
Egea ha un proprio circuito distributivo in Italia e in Inghilterra ed è diffusa, attraverso circuiti ufficiali terzi, nei paesi importanti del mercato discografico: Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Austria, Olanda, Svizzera, Giappone, Corea, Canada.
Il programma di questa sera al Santa Cecilia prevede, oltre al concerto del gruppo di Mirabassi, la presentazione della seconda edizione del concorso Waltex Jazz Competition.
Alessandro Tedesco, leader della formazione vincitrice lo scorso anno, eseguirà assieme al gruppo di Mirabassi alcuni brani tratti dal suo ciddì "Kimica".
"Canti di Ebano" è un lavoro pensato a lungo. Prima meditato poi realizzato sull'onda delle esperienze di cui Mirabassi si è reso protagonista o coprotagonista.
Dal 2003 al 2008, il clarinettista partecipa a molti importanti progetti ("Graffiando Vento" con Guinga, "New Old Age" con Taylor e Swallow, "Idea" con il gruppo di Cristina Zavalloni, "Di mezzo il mare" Egea orchestra, "Dialetto Carioca" con il quartetto di Guinga ), ma non pubblica alcun lavoro a suo nome.
Conduce moltissime esperienze musicali eterogenee. É in concerto con Guinga con la musica del quale stabilisce un rapporto del tutto speciale, in molte occasioni è in teatro con Gianmaria Testa e Erri De Luca, frequenta repertori classici con Mario Brunello, è presente in molte produzioni Egea, sia in sede di concerto che in quella di incisione.
Canto di Ebano è il distillato dell'itinerario condotto in questi cinque anni. É il punto di equilibrio, di confluenza di tutte queste esperienze. Non è un lavoro estemporaneo, ma meditato, dosato, pesato, approfondito. É un lavoro asciutto, pensato nel dettaglio, scritto ed immaginato da Mirabassi esattamente così come è, con cura e puntigliosità artigiana.
La commistione dei linguaggi è evidente, ma non è mai lasciata al caso. L'apporto dei singoli musicisti è fondamentale, ma ognuno di essi è sempre vincolato al rispetto del disegno generale.
Lo stesso strumento suonato da Mirabassi, il clarinetto, pur avendo un ruolo chiave nell'equilibrio generale della musica, tende costantemente a "cucire" , ripuntualizzare, amalgamare il contributo apportato dagli altri strumenti in funzione del risultato musicale.
I musicisti che compongono il quartetto sono chiamati, proprio perché la musica regge su tale equilibrio, ad un compito molto difficile.
La chitarra di Paolo Alfonsi è sempre presente, ma mai invadente. I "solo" sono esemplari per cantabilità e misuratezza. Il contrabbasso di Salvatore Majore ha valenze ritmiche, melodiche, sonore fondamentali nell'equilibrio di ciascun brano.
Le percussioni di Alfred Kramer sempre essenziali e mai superflue

Claudio Bianconi
Corriere dell'Umbria Venerdì 9 Gennaio 2009

venerdì 2 gennaio 2009

L'equipe di Pier Giuseppe Pelicci risolve il dilemma dell'immortalità delle cellule staminali del cancro

C'è uno scienziato umbro, l'eugubino Pier Giuseppe Pelicci, a capo dell'équipe di ricercatori che ha scoperto il segreto dell'immortalità delle cellule staminali del cancro, ovvero di quelle poche cellule che sono radice e serbatoio infinito del tumore, rendendolo spesso inguaribile: si tratta di una molecola che potrebbe divenire quel bersaglio farmacologico tanto a lungo cercato per estirpare i tumori alla radice uccidendo le cellule capostipite della malattia.
Resa nota sul primo numero del 2009 della prestigiosa rivista Nature, la scoperta si deve al team del professor Pelicci, direttore scientifico del Dipartimento di oncologia sperimentale dell'Istituto europeo di oncologia, in collaborazione con le Università di Milano e Perugia.
La molecola trovata è la "p21", colpendo la quale
", nelle staminali delle leucemie, l'equipe di Pelicci è riuscita a togliere loro l'immortalità: senza "p21" le staminali hanno cominciato ad accumulare danni al genoma e quindi a morire e con loro anche l'intero tumore.
Corriere dell'Umbria Venerdì 2 Gennaio 2009

martedì 23 dicembre 2008

Pier Paolo Pandolfi dalla genetica dei tumori verso il Nobel

Non si sente un "cervello in fuga" perché in Italia ha avuto eccellenti occasioni, che ha còlto. Pier Paolo Pandolfi, scienziato romano in odor di Nobel per gli studi sulla genetica del cancro, racconta che nei suoi anni perugini si è "divertito moltissimo".
Fresco di laurea (classe 1963) ha lavorato "tanto e bene" nel gruppo dello scienziato eugubino Pier Giuseppe Pelicci, a cavallo tra gli Ottanta e Novanta.
Ma poi è "volato" in Inghilterra. Quindi a New York, al Memorial Sloan Kettering Cancer Institute. Da un anno è alla Harvard University di Boston, a capo di un laboratorio con svariate decine di ricercatori.
Come a New York, del resto, nell'altro centro leader mondiale nella ricerca e nella terapia contro i tumori.

Ciò che lo muove, dice, è la "passione". L'"entusiasmo indescrivibile" per i suoi studi. Quindi il luogo "giusto" è quello che garantisce le condizioni migliori per la ricerca. Per fare passi avanti nella conoscenza dei meccanismi della patogenesi dei tumori. É tornato a Perugia una settimana fa, il professore, per una delle conferenze organizzate dall'ematologa Cristina Mecucci in occasione delle celebrazioni per i 700 anni del nostro Studium Generale.
Un veloce tuffo perugino, prima di rientrare alla base. A Boston. Professore, lei ha identificato una proteina, chiamata Pten, che "scompare" in molti tipi di tumori che colpiscono organi diversi - seno, cervello, colon, prostata - e ha ricostruito il meccanismo genetico di questa scomparsa: può spiegarci cosa accade?
"Pten, come molte altre proteine codificate da geni soppressori del tumore viene inattivata mediante una serie di meccanismi differenti.
I quali hanno in comune il fatto che la funzione di Pten venga meno e il tumore si sviluppi. Conoscere tali meccanismi è importante per sviluppare farmaci che ripristinino la funzione di queste proteine, che sono fondamentali nel sopprimere l'insorgenza tumorale."
Se la "distruzione" di questa proteina è "comune" nei differenti tipi di tumore: allora si può pensare a un farmaco che ripari il difetto e sia efficace per la cura di tumori che colpiscono organi differenti?
"Certo.
Stiamo infatti scoprendo che questi meccanismi molecolari aberranti sono condivisi da tipi di tumore apparentemente molto diversi come la leucemia o il tumore della mammella.
In futuro catalogheremo i tumori sulla base dei meccanismi anomali e non più necessariamente sulla base delle caratteristiche istologiche e morfologiche."
Allora è corretto dire che la scienza sta passando dallo studio della eterogeneità, delle differenze, a quello di un "comune denominatore" dei meccanismi genetici difettosi alla base dei tumori?
"Assolutamente sì.
Speriamo di trovare gli snodi cruciali di questa 'rete' che siano condivisi da più tumori. Detto questo ci saranno differenze che rimarranno caratteristiche specifiche di un tipo, o piuttosto di un altro.
Ad esempio i recettori degli estrogeni sono presenti sulle cellule di alcuni tumori della mammella, mentre altri tipi di tumore non li esprimono.
É questo tipo di differenza che ci fa parlare di 'terapia personalizzata del tumore'. Come dire: ad ognuno la sua combinazione di farmaci intelligenti per riparare i difetti molecolari specifici."
Per restare tra i rimedi, lei ha dimostrato che un farmaco a base di arsenico è in grado di uccidere le cellule staminali tumorali della leucemia mieloide cronica.
Questo farmaco può essere usato nella cura di altri tipi di tumore?
"Pensiamo proprio di sì. Riteniamo, infatti, che l'approccio terapeutico sviluppatosi nel contesto della leucemia mieloide cronica possa essere applicato ad altri tumori per eradicare le staminali del cancro, che si pensa siano alla base dell'insorgenza del tumore e della sua recidiva dopo la terapia."
Come ha avuto l'intuizione dell'efficacia dell'arsenico?
"Sapevamo inattivasse una proteina chiamata Pml.
Abbiamo scoperto che Pml, se bloccato, danneggiava la funzione delle cellule staminali del cancro. Abbiamo perciò pensato di usare l'arsenico. E sembra funzionare. Voglio precisare che questa sostanza viene utilizzata, in questi casi, a bassissime dosi assolutamente ben tollerate dal paziente.
Stiamo ora studiando se l'arsenico possa funzionare in altri tumori."
Professore, dopo gli studi a Perugia, è andato via giovanissimo dall'Italia. Di lei si parla come di un prossimo Nobel: come vede lo stato di salute della ricerca italiana e cosa suggerisce?
"Lasciamo stare il Nobel.
Lo scopo è curare il cancro. Patologia grave e diffusissima: un problema di sanità globale. E così deve essere affrontato da tutti gli stati e le economie, in maniera globale come sforzo comune e condiviso.
L'Italia ha sempre giocato una parte fondamentale in questa sfida e deve continuare a farlo in futuro.
Abbiamo i talenti e pure i mezzi, almeno potenzialmente. Però dobbiamo decidere, come Stato, che ciò divenga priorità nazionale. Negli States lo è da sempre. Investire risorse ed investirle bene: solo ed unicamente sull'eccellenza e sui talenti. In Italia ci sono meno soldi che in altri paesi europei. É perciò ancor più grave se queste risorse vanno sprecate nel finanziare attività non meritorie."
Dove sono le eccellenze italiane nonostante la cronica mancanza di finanziamenti?
"Ce ne sono tante.
L'Università di Perugia è un esempio lampante. La Scuola Medica è di primissimo ordine. Al policlinico universitario negli ultimi hanno sono state fatte scoperte importantissime nel settore della oncologia ematologica, che hanno fatto la storia della medicina.
Ciò deve essere preservato, nutrito e potenziato. Sarebbe cosa sensata e giusta che lo Stato investisse su queste realtà. Ad esempio creando un centro di eccellenza dedicato alla ricerca e alla cura del cancro a Perugia. Cosa potrebbe convincerla a tornare a lavorare in Italia? "
Dico sempre che mi sento cittadino del mondo, dedito ad una causa forte ed importante: la sconfitta del cancro.
Ho stretti rapporti con l'Italia. Ci vengo spessissimo. Mi fa felice contribuire e collaborare. Ho tanti ragazzi italiani di talento nel mio gruppo a Boston. Quindi in Italia ci sono già, e l'Italia e parte di me. Quello che conta è fare scoperte importanti e farlo presto. Lo dobbiamo a chi soffre. Tutto il resto non conta. E poi mai dire mai"

Donatella Murtas
Corriere dell'Umbria Martedì 23 Dicembre 2008

lunedì 1 dicembre 2008

Intervista a Paola Gassman

Alle spalle tre generazioni di attori. Una grande famiglia amata e considerata. Roba d'altri tempi? Tutt'altro. É da questa base sicura che Paola Gassman ha costruito la sua professionalità artistica ma anche il suo esemplare menage familiare.
Vive d'arte e vive d'amore. E di progetti resi più grandi dai ricordi. La figlia di Nora Ricci e Vittorio Gassman, nipote di Renzo Ricci ed Ermete Zacconi, moglie di Ugo Pagliai, non è mai in cerca di visibilità al di là della scena; ma in occasione del recente debutto della messinscena di Paolo Valerio dell'Enrico IV di Pirandello e in concomitanza dell'arrivo dello spettacolo a Foligno (domani al Clarici) e al Morlacchi di Perugia (da mercoledì fino a domenica, più una recita straordinaria martedì 9) scioglie le riserve e racconta un po' di sé, oltre che riflettere sulla follia, la diversità, la maschera: temi tanto cari all'autore siciliano soprattutto in questo testo straordinario.
Signora Gassman, nel teatro di oggi ci sono più talenti o professionisti?
"Direi ciò che sicuramente manca: la professionalità.
I giovani di talento, vogliono il successo immediato e la popolarità. Non pensano ad affinare le loro capacità ma a come metterle in evidenza. Eppure a teatro, uno degli ambienti che considero più serio in questo senso, ci vuole altro per resistere nel tempo, come in ogni altro mestiere."
Allora si è guardata alle spalle. Nel suo libro scavare nei ricordi le è servito per credere più nel suo mestiere?
"Veramente, ho scritto 'Alle spalle una grande famiglià ricercando più le persone che i grandi attori avuti vicino a me.
Nel farlo, poi, ho anche capito molti altri aspetti di questo mestiere e le analogie che hanno legato i miei familiari."
Una su tutte … "La generosità". Si sente una privilegiata?
"Lo sono, mi rendo conto. Questo però non mi ha risparmiato lavoro, sacrifici e fatica."
Ha pensato anche di cambiare il cognome…
"é vero all'inizio. Poi ho capito che più di tutti dovevo essere me stessa per diventare altro sul palcoscenico. Per me è fondamentale entrare in un ruolo diverso da ciò che sono. Per esempio non è stata un granché l'esperienza, una delle poche, fatta in teatro con mio padre su un testo suo, a carattere autobiografico, dove dovevo essere proprio Paola Gassman."
Come sta andando ora con Matilde Spina, l'amore del personaggio, colui che si crede Enrico Iv?
"Ad ogni replica ci entro più dentro, come sempre, rispettandone i lati positivi e negativi.
Il mio primo approccio è comunque mettere me stessa di fronte al ruolo."
Chi è, dunque, Matilde, carnefice o vittima?
"Una donna che ha avuto voglia di vivere, magari con la leggerezza offertale dalla sua classe sociale; però è pure una donna che nel tempo sa rivedere i propri errori e se ne fa ammenda.
Se da giovane è fuggita davanti alle responsabilità, in età matura, forse troppo tardi, cerca di impegnarsi."
Davanti c'è Ugo Pagliai, protagonista in scena e suo marito nella vita. Qual è la formula per funzionare così bene in questo intreccio di ruoli?
"Raccontarsi la propria vita fuori dal palcoscenico.
Non abbiamo certo bisogno di sentirci marito e moglie quando lavoriamo."
Ci sono tanti "pirandelli" nel suo percorso artistico. Un caso?
"No. É la sua modernità a farlo preferire ad altri. I suoi sono impianti popolari che riescono a scavare in profondità toccando tematiche esistenziali universali."
Qual è lo sforzo più grande per un attore quando si recita un testo di Pirandello?
"Superare il pirandellismo del suo linguaggio senza toccarlo, perché è talmente sottile che ogni parola racchiude complessità impensabili a prima vista."
Qui c'è la follia come fuga ma anche come saggezza…
"Dualismi tipici di Pirandello. C'è comunque un altro aspetto di grande attualità: la diversità di questo personaggio che lo rende un emarginato e una vittima."
Una curiosità per chiudere. Sua madre non voleva che lei facesse teatro. É vero?
"sì. Ma solo per evitarmi i disagi di una vita che conosceva bene."
e che lei amava… "Come amo io" Sabrina Busiri Vici
dal Corriere dell'Umbria Lunedì 1° Dicembre 2008

venerdì 14 novembre 2008

Una perugina ha danzato davanti a Carlo d’Inghilterra

Qualcosa di speciale nella vita di questa ragazza partita da Perugia tre anni fa, quando ne aveva appena compiuti 16 di anni, doveva accadere.
E seppure ora a diciannove anni e tre duri anni di accademia di danza, il sogno di entrare a far parte di una Compagnia di danza internazionale non si è ancora avverato, Giulia Roscini pare essere sulla strada giusta, la via del successo.
Per il momento infatti c'è da sottolineare che Giulia ha in parte vissuto la fiaba della bella Cenerentola, vale a dire della ragazza che partita dalla provincia, incontra il principe.
Principe in carne ed ossa se è vero, com'è vero, che ieri in occasione dei festeggiamenti per il sessantesimo compleanno del principe Carlo d'Inghilterra, Giulia ha avuto l'occasione di conoscere di persona sia la testa coronata britannica, sia la duchessa di Cornovaglia Camilla Parker Bowles e il principino Harry.
L'occasione giusta si è verificata al Prince Trust, spettacolo di beneficenza che si è svolto al Wimbledon Theatre.
Uno spettacolo soprattutto comico a cui hanno partecipato vari attori, tra cui Rowan Atkinson (Mr. Bean) e Robin William, ma in cui non è mancata una breve parentesi dedicata alla danza classica. Sedici ragazze dell'English National Ballet School di Londra, l'accademia che frequenta Giulia, sono state selezionate su settantaquattro allievi in totale, per dare vita in scena ad un estratto del "Lago dei Cigni" con musiche di Tchaikovsky.
Tra le sedici ragazze in tutù naturalmente c'era Giulia, una delle più promettenti allieve dell'accademia inglese.
Ma non è finita qui, perché ad integrare una serata già di per sé molto significativa, è stato un dopo-spettacolo veramente "principesco".
Giulia in occasione del party che è seguito allo spettacolo è stata ancora una volta scelta quale rappresentante di una delegazione di allieve, quattro in tutto, che ancora vestite in tutù, hanno stretto la mano alla famiglia reale.
Carlo e Camilla hanno rivolto domande alla quattro ragazze in merito alla vita che svolgono in accademia e più in generale nel contesto di Londra, non dimenticando entrambi di fare molti complimenti alle giovani allieve per la loro performance di danza.
"Non ho ancora la reale percezione di quanto è successo - afferma Giulia raggiunta telefonicamente a Londra -.
So semplicemente che al termine del balletto in teatro quando la luce è stata riaccesa in scena e in teatro e ho visto la famiglia reale applaudire, ho provato l'emozione più grande della mia vita."
Giulia, come detto, è partita da Perugia tre anni fa quando usciva fresca degli insegnamenti impartiti dal Centro Studi Danza Umbro delle insegnanti Marina e Yasmine Benvegnù.
Giulia partì in quel giovedì di fine agosto 2006 alla volta della capitale britannica dopo aver superato l'audizione del 18 marzo a Firenze.
"Non basta - spiegava l'insegnante Marina Benvegnù - avere un fisico longelineo e gambe lunghe e sottili, occorrono soprattutto molta tenacia e intelligenza per saper cogliere al momento giusto l'occasione opportuna.
Insomma - conclude l'insegnante - spesso è importante saper rischiare, avventurarsi anche se sempre usando la testa."
E Giulia ha saputo di certo rischiare. Ora, al termine dei suoi tre anni di corso di studi, tra l'altro sostenuti con l'ausilio di una borsa di studio, Giulia si diplomerà ballerina professionista.
Ha ancora davanti a sé otto mesi di duro lavoro all'accademia londinese, ma è già in piena attività per tentare di trovare una Compagnia di danza internazionale che la accolga.
"Sarà forse a Zurigo - afferma - piuttosto che in Germania o in Belgio. Si vedrà. E se non basterà l'Europa, si volerà in America."
Giulia ha una voce molto dolce, è minuta e aggraziata, ma ha talento e grinta da vendere. Papà Dario e mamma Marina non hanno fatto sacrifici invano.
Claudio Bianconi
dal Corriere dell'Umbria Venerdì 14 Novembre 2008

mercoledì 17 settembre 2008

La storia dell'Ellesse in un libro-evento

Non un romanzo, non un saggio di storia industriale, neanche una raccolta di testimonianze. Per raccontare ciò che è stata Ellesse, la celeberrima azienda di abbigliamento sportivo fondata nel 1959 da Leonardo Servadio, ci voleva un genere letterario originale: un libro-evento.
Originalissimo e moderno, innovativo per certi versi, come le tante scommesse tentate e vinte sin dal giovane rampollo di una dinastia di commercianti di stoffe che alle soglie degli anni Sessanta decise di mettersi in proprio e realizzare una linea di pantaloni.
Il libro ha visto squadernate le proprie pagine ieri mattina dentro un evento vissuto tutto sull'onda dei ricordi e dell'orgoglio.
Location migliore della storica - e ancora moderna - sede di Ellera non poteva esserci. É qui che si sono ritrovati i protagonisti di un progetto che merita ancor oggi di essere raccontato perché seppe determinare non solo l'affermazione su scala mondiale di un'impresa, ma anche e soprattutto per la forza con cui seppe promuovere lo sviluppo economico-sociale di un territorio.
Incise, l'Ellesse, sull'evoluzione del comune di Corciano e sulla trasformazione di una collettività che da contadina si accingeva a diventare industrializzata.
Incise sull'emancipazione dell'Umbria, di cui portò alto il vessillo finché la congiuntura internazionale e un mercato per nulla incline a fare sconti non ne decretarono il tramonto dopo 35 anni vissuti all'avanguardia.
Era il 1994, Leonardo Servadio passava il testimone al colosso inglese Pentland. Ma il marchio, la mezza pallina da tennis rosso e arancio ha continuato a vivere. Non può essere altrimenti, come hanno certificato il libro scritto da Gianfranco Ricci per Guerra edizioni e l'orgogliosa rimpatriata di ieri mattina.
Chi in Ellesse è stato attore - rigorosamente protagonista a prescindere dalla posizione nell'organigramma aziendale - ha varcato la soglia del cilindro a cinque piani di Ellera convinto di aver vissuto un'esperienza tanto unica quanto esaltante.
L'hanno pensato tutti: chi in Ellesse mise le idee, chi diede loro le gambe, chi ci mise la faccia e le proprie doti sportive e chi, nel corso degli anni, ha avuto il privilegio di rapportarsi con Leonardo Servadio.
I campioni della "valanga azzurra" di sci, personaggi famosi del tennis come l'istrionico Ion Tiriac o il perugino doc Francesco Cancellotti, tutti hanno spiegato allo stesso modo il fenomeno Ellesse: quella ideata da Servadio, accanto al quale più avanti diede il meglio di sé quel grande campione di managerialità sportiva che fu Franco D'Attoma, era una grande azienda che sempre cercava di essere una famiglia.
Pregio, questo, insieme alla natura di "padre" e non di "padrone" del suo fondatore, che più di una volta è stato inserito fra le cause che portarono alla fine dell'avventura.
Voce a tratti rotta da una comprensibile e leggera patina di emozione, Leonardo Servadio ha preferito - giustamente - porre l'accento sulle ragioni del successo di Ellesse.
Sul perché quella piccola impresa artigianale nata nel '59 arrivò a essere un impero sul quale pareva che il sole non dovesse mai tramontare.
Innovazione e comunicazione, queste le due stelle polari che ispirarono un'autentica rivoluzione culturale nell'abbigliamento sportivo e nel modo di fare impresa nel mondo dello sport e dell'abbigliamento.
Se Ellesse arrivò a vestire 14 squadre nazionali di sci, la nazionale di calcio italiana campione del mondo in Spagna nel 1982, quella argentina campione del mondo 1980 e tennisti del calibro di Chris Evert, Guillermo Vilas e Boris Becker una ragione deve pur esserci stata.
E non era un caso neanche che attori, personaggi politici e del jet set internazionale facessero a gara per indossare capi Ellesse.
Il fatto è che nessuno sapeva innovare e comunicare come Ellesse. Prima che Servadio e i suoi inventassero il pantalone a zampa d'elefante, quello che aveva le imbottiture all'altezza delle ginocchia, gli sciatori - provetti o di alto livello che fossero - gareggiavano indossando pantaloni di velluto o in stoffa pesante che infilavano dentro gli scarponi, pagando di certo dazio alla qualità della prestazione.
Prima che Servadio e i suoi usassero eventi per promuovere l'azienda e piazzassero il marchio ricamato all'altezza della spalla sinistra dei capi sportivi, la sponsorizzazione era solo un termine che sgomitava per entrare nel vocabolario e battere zuzzerellone alla gara della parola più lunga.
Poi venne l'Ellesse.
Mauro Barzagna
dal Corriere dell'Umbria Mercoledì 17 Settembre 2008

martedì 16 settembre 2008

Chi era Teodorico Moretti Costanzi?

Sarà ufficialmente disponibile nelle librerie dal prossimo maggio l'opera che Bompiani dedicherà al filosofo Teodorico Moretti Costanzi considerato"il mistico cristiano della filosofia contemporanea."
A celebrare il ritrovato interesse su quest'autore di indiscussa autorevolezza ed importanza i sindaci di Tuoro sul Trasimeno e Castiglione del Lago che in un progetto finanziato da Unicredit banca hanno creduto fin dall'inizio intessendo relazioni con il professor Vittorio Sgarbi, filosofo anch'egli e noto critico d'arte nonchè attuale sindaco di Salemi.
Proprio l'interesse di Sgarbi per Moretti Costanzi ha fatto sì che Elisabetta Sgarbi, sorella di Vittorio nonché responsabile del settore cultura per l'editore Bompiani prendesse in carico la pubblicazione di tutte le opere del filosofo, inserendole in una prestigiosa raccolta dedicata ai maggiori pensatori della storia, dai classici dell'antica Grecia fino ai contemporanei.
L'edizione sarà a cura dei professori Edoardo Mirri e Marco Moaschini e presenterà una introduzione di Massimo Cacciari e di Giovanni Reali il più grande storico di filosofia antica vivente.
"Con Moretti Costanzi - ha spiegato l'editore - la Bompiani intende aprire un percorso attraverso il pensiero filosofico italiano, troppo spesso penalizzato da un'eccessiva esterofilia."
Sgarbi si è poi prodotto in un'interessante retrospettiva che accomunava i suoi ricordi universitari, Moretti Costanzi come docente ed il '68 con i suoi stereotipi, invitando tutta la società locale a festeggiare i quarant'anni da quella data attraverso la riscoperta di un autore che per il suo essere nobile, cristiano e ricco è stato troppo a lungo inosservato, tanto che di lui non esistono praticamente testi da cui apprender il suo pensiero.
"Fede, emozione, bellezza e ragione"
questo il paradigma attraverso il quale in sintesi è stata ricordata la figura di Moretti Costanzi.

Sara Minciaroni
dal Corriere dell'Umbria Martedì 16 Settembre 2008

lunedì 15 settembre 2008

Ordinazione solenne di monsignor Gualtiero Sigismond

Grande festa a Perugia per il "sacerdote paziente e competente", da ieri neovescovo di Foligno. Un'ordinazione emozionante quella di monsignor Gualtiero Sigismondi, nel giorno della festa liturgica della Madonna delle Grazie, patrona dell'Archidiocesi perugino-pievese.
É stato lui a scegliere questa data, proprio in segno di devozione alla madre del Signore, che trova la sua traduzione visiva nella simbologia ecclesiale e mariana del suo stemma episcopale e menzione nella Bolla pontificia di nomina:
"Affidiamo il tuo ministero pastorale e la tua comunità alla tutela della beata Vergine Maria "
ha scritto Benedetto Xvi.
Oltre venti vescovi, duecento sacerdoti e alcune migliaia di fedeli provenienti anche da Foligno, presenti alla cerimonia di investitura, consacrata da monsignor Giuseppe Chiaretti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, presidente Ceu e vice presidente Cei, mons.
Giuseppe Betori, segretario generale Cei e neo arcivescovo di Firenze, e mons. Arduino Bertoldo, amministratore apostolico di Foligno. A precedere la solenne celebrazione nel cuore di Perugia, una sfilata di personaggi in abiti barocchi della Giostra della Quintana e l'apertura del rito con la suggestiva processione attraversando piazza IV Novembre, passando davanti alla Fontana maggiore, per poi entrare in duomo.
Momenti significativi si sono avuti con la lettura della Bolla pontificia di nomina, subito dopo il canto Veni Creator, alla quale hanno fatto seguito gli impegni del vescovo eletto.
Dopo l'invocazione dei Santi con monsignor Sigismondi, prostrato davanti l'altare e con le mani dei vescovi imposte sul capo, sono iniziati i riti esplicativi dell'ordinazione: l'unzione della fronte con il Crisma e la consegna del Vangelo, dell'anello, della mitria e del pastorale da parte dei vescovi.
Poi al canto del Te Deum, la prima benedizione all'assemblea di sua Eccellenza. La conclusione della celebrazione è stata affidata al suo saluto di ringraziamento e l'omaggio alla venerata immagine della Madonna delle Grazie.
Commozione nelle parole del vescovo perugino Chiaretti. Le prime parole della sua omelia sono state
"è una giornata memorabile per la nostra chiesa."
Sigismondi ha anche
"guidato il Sinodo diocesano postconciliare, promosso dopo quello del 1942 celebrato da mons.
Giovanni Battista Rosa, ha aiutato il vescovo - ha ricordato lo stesso Chiaretti - a districare le tante e complesse pratiche amministrative che riguardano una Curia, ma soprattutto è stato vincolo di unità e di fraternità con la comunità ecclesiale, presente in ogni situazione di bisogno."
"Tra stupore e meraviglia", come ha reagito nell'apprendere la notizia della sua elezione episcopale, ieri Sigismondi ha voluto manifestare ciò nel discorso conclusivo:
"Il vescovo diventa padre proprio perché pienamente figlio - ha premesso - non trovo espressione più felice per introdurre il mio saluto a questa assemblea, che raccoglie in unità il Popolo di Dio che è in Perugia-Città della Pieve, di cui sono figlio, e quello di Foligno, affidato alle mie cure pastorali".
Melissa Ronconi
dal Corriere dell'Umbria Sabato 13 Settembre 2008