"Aspice qui transis jocundum vivere fontes. Si bene respicias mira videre potes. (Guarda, tu che passi, la gioconda vita di questa fontana. Se osservi bene, potrai vedere cose mirabili)."
Questo l'invito che Perugia rivolge ai suoi visitatori, dall'alto della sua fontana più celebre, simbolo della città, nel cuore di un centro storico medievale unico al mondo. Sono i primi due versi dei ventotto incisi su una cornice architettonica della Fontana Maggiore, narranti la storia della costruzione del monumento (1277-78); un invito anche a tentare di trovarli, leggerli e interpretarli.


Partendo da qui, da questa vera e propria "mostra delle acque", che esalta i valori laici del Comune medievale, si cercherà di mostrare quanta importanza avesse l'acqua nel passato di una città come Perugia, caratterizzata da un'assoluta continuità storica, sullo stesso colle. Così, dall'epoca preromana e romana, a quella medievale, rinascimentale, barocca, fino all'ottocento, le fontane ricoprirono il prezioso ruolo di fornire a tutti acqua pubblica e gratuita, proveniente dai serbatoi (naturali e non) del sottosuolo.

E sempre più cominciarono a diventare il nucleo intorno al quale ruotava la vita del quartiere stesso, prefigurando il ruolo che ricoprono tuttora, come punto d'incontro, di attrazione umana e di abbellimento di angoli pittoreschi della città. Tanto più ciò vale per Perugia, sorta su alture di formazione sedimentaria con depositi di conglomerato sabbioso a 500 m. sul livello del mare e a circa 300 m. sulla valle del Tevere, distante pochi km, ma senza poter usufruire direttamente delle sue acque. Di certo la città non poteva fare a meno del fiume, importante via di comunicazione, di scambio culturale e commerciale, vera e propria autostrada dell'antichità dagli Appennini al Mar Tirreno. Per questo, Perugia etrusca, dal Vii-vi sec. a.C., cercò di espandersi nel territorio umbro sulla riva sinistra del Tevere, anche se il fiume non ha rappresentato sempre un confine netto, se non con la riorganizzazione amministrativa augustea, quando segnò il limite geografico e politico tra Regio vi Umbria e Regio Vii Etruria. Perugia, infatti, è costruita su un reticolo di cunicoli sotterranei, di probabile origine etrusca, riutilizzati o ampliati in epoca romana e medievale. Dalla documentazione del Comune di Perugia, ne risultano censiti poco più di venti, per una lunghezza complessiva di circa 1.300 metri, realizzati con funzioni di drenaggio, in alcuni casi per allontanare le acque reflue e migliorare le condizioni di stabilità di alcune aree, in altri casi esclusivamente per il reperimento dell'acqua per usi potabili ed irrigui. Alcuni hanno un andamento preciso, mentre altri hanno un percorso tortuoso, proprio per raccogliere acqua e portarla fin sotto le abitazioni. La realizzazione di un ingente numero di fontane e di pozzi permette dunque che i canali sotterranei trovino vie di sfogo e di utilizzo. Ben lo sapevano gli Etruschi, così come poi i romani, che costruirono importanti pozzi e cisterne in cima ai colli di Perugia. Di questi il più monumentale è senz'altro il Pozzo Sorbello, in piazza Danti, così detto poiché ubicato nei sotterranei del Palazzo gentilizio Ranieri di Sorbello. Coevo alla cinta muraria etrusca, costruito con i grandi blocchi dello stesso tipo di travertino, che rivestono la canna per 17 filari, si trova circa 4 metri al di sotto dell'attuale livello stradale ed è alimentato da acqua sorgiva. Struttura unica nel suo genere, sia per le caratteristiche architettoniche, che per l'originalità della doppia funzione di pozzo e di cisterna, ha una profondità di circa 35,60 metri e un diametro massimo di 5,6 nella parte superiore della canna. Da segnalare il sistema di copertura, costituito da due possenti capriate, formate ciascuna da cinque grandi blocchi di travertino: due monoliti orizzontali, due monoliti trasversali e una chiave di volta, come base di appoggio dei lastroni pavimentali sui quali poggiava la vera quadrata, entro cui era ricavata l'apertura per l'attingimento dell'acqua. Il pozzo- cisterna aveva una capacità fino a 424.000 litri e si può considerare il principale serbatoio idrico della città fino al medioevo. Altri pozzi e cisterne si trovavano all'interno della città antica, rimanendo in uso fino alla costruzione del primo acquedotto medievale. Tra questi molto simile al pozzo Sorbello, per monumentalità e caratteristiche tecniche, è la cisterna all'angolo tra via Bonazzi e via Caporali, inglobata e riutilizzata in età romana in una domus dai ricchi pavimenti musivi (proprietà privata). Ai primi secoli dell'epoca romana risale un'altra grande cisterna e fontana, in opera cementizia, lunga m 26,5, larga m 4,8, ubicata nel Foro romano, sottostante l'attuale Piazza iv Novembre (scavata e ricoperta, non più visibile). Sono invece visibili e visitabili (su richiesta alla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Umbria) le strutture sotto Piazza Cavallotti, relativi a un sistema di cunicoli e di canalizzazione pertinenti a una fontana di epoca romana, originariamente rivestita in marmo, poi con pavimentazione a mosaico. Di certo le cisterne e i pozzi antichi di Perugia sono tra loro correlati sulla base di un tracciato collegato all'andamento viario antico ad assi ortogonali, a sua volta raccordato con le principali porte urbiche. Che la città fosse ricca di acqua nei sotterranei lo mostrano gli importanti resti del Mosaico romano di Santa Elisabetta, pertinente a un vasto edificio termale, con la raffigurazione di Orfeo che incanta gli animali, nell'area della Conca, dove anche nei secoli successivi l'abbondanza di acqua fu sfruttata per l'impianto di concerie e tintorie, come la Fonte dei Tintori (1388) a tre profonde arcate di diversa ampiezza, appena fuori la porta della Conca (via San Galgano) e le sottostanti terme di S. Galgano (non più attive dagli inizi del 1900 per la scomparsa delle acque).
Tappa obbligata del nostro viaggio è Piazza iv Novembre, dove troviamo la grandiosa Fontana Maggiore o di Piazza del Xiii secolo, la più antica e importante fontana pubblica di Perugia, capolavoro mirabile, come indicano i versi citati all'inizio. Siamo di fronte a un'opera molto complessa, dal punto di vista artistico, simbolico e tecnico. Perno urbanistico e visivo della piazza principale della città, rappresenta una delle massime realizzazioni della scultura duecentesca di Nicola Pisano e del figlio Giovanni, con la collaborazione tecnica e architettonica di Frà Bevignate e, per la parte idraulica, di Boninsegna Veneziano. La fontana poggia su una gradinata circolare ed è composta di due vasche poligonali concentriche sovrapposte e da una tazza bronzea sostenuta da una colonna. L'apparato decorativo scultoreo evoca nel suo complesso messaggio iconografico il programma politico e culturale del Comune perugino, attraverso la rappresentazione del sapere universale, della storia e della vita degli uomini, con la celebrazione di Perugia, dalla sua mitica fondazione, ai suoi santi ed eroi. La vasca inferiore, in marmo greco bianco, ha 24 lati, divisi da fasci di 3 colonnine tortili, ciascuno a sua volta diviso in due specchi lavorati a bassorilievo, con le raffigurazioni dei mesi dell'anno e dei segni dello zodiaco, le sette arti liberali, storie bibliche e favole di Esopo. Un dittico con i simboli di Perugia, il leone e il grifo, divide le due serie dei mesi e delle arti. La vasca superiore poggia su colonne con capitelli immerse nella vasca inferiore e ha 24 specchi lisci, in pietra rossa di Assisi, nei cui spigoli sono scolpite 24 statuette, secondo una nuova organizzazione plastica del rapporto uomo-mondo e in una concezione spaziale che prelude a principi pre-umanistici. A partire dalla raffigurazione di Augusta Perusia, con la cornucopia, fertilis de omnibus, affiancata alla sua sinistra dalla personificazione del lago Trasimeno che le porta i pesci, e alla destra dalla città di Chiusi, che le porta il grano, si susseguono i santi patroni della città Ercolano e Lorenzo, alternati a personaggi biblici e storici, oltre Euliste, il compagno troiano di Enea, mitico fondatore di Perugia. Dalla vasca superiore getti d'acqua scorrono a quella inferiore,
attraverso dodici protomi bronzee, poste alla base delle statue, raffiguranti musi di animali (bue, maiale, montone, bufalo, cinghiale, ecc.). Dalla coppa di bronzo realizzata dal fonditore perugino Rosso Padellaio, posta all'apice, le Tre Ninfe o Portatrici di acqua coronavano l'opera versandola per tutti, così che la fonte, già resa sacra da santi e autorità, assumeva un significato civile e sociale. L'originale delle tre figure modellate in un unico blocco di bronzo, ad eccezione delle tre teste plasmate a cera separatamente, dopo il restauro, dal 1998, è conservato presso la Galleria Nazionale, sostituito da copie sulla Fontana. Molte le ipotesi sulle tre figure femminili, da quella religiosa (la Trinità) a quella sociale di tre donne umbre di diverso ceto, a quella più probabile dell'Hekateion antico, relativo alla triplice rappresentazione di Diana: Artemide sulla terra, Selene in cielo ed Ecate negli Inferi. Il monumento rispondeva, di fatto, all'arduo desiderio del Comune di Perugia di portare acqua dalle sorgenti di Monte Pacciano, alla distanza di circa 6 km, dal contado all'acropoli, al cuore della civitas, a quanti, i più, non disponevano di pozzi privati, dando così visibile testimonianza di un potere solido e democratico, attento ai meno abbienti, simbolo durevole della spettacolarizzazione di quel potere. Finalmente, dopo febbrili e affannosi preparativi, i lavori dell'acquedotto di Monte Pacciano, interrotti dal 1254, furono ripresi nel 1277. Molte le difficoltà e i problemi da superare, da quelli tecnici, a quelli finanziari, tanto che il Comune dovette contrarre i primi mutui con privati e chiedere contributi ai cittadini, alle comunità del contado e anche agli enti religiosi, finché le poderose e agili arcate del bellissimo acquedotto raggiunsero le mura etrusche. Con geniale soluzione le acque penetrarono la cinta attraverso la Postierla di via Appia (una delle piccole porte aperte nelle mura etrusche, come accesso pedonale su un percorso in forte pendenza) nel cunicolo etrusco, riutilizzato successivamente, che risaliva fino alla grande platea magna portando finalmente l'acqua alla Fontana, ubicata a fianco dell'antico "pozzo della piazza", di probabile origine etrusca. La fontana risultava ultimata nel 1278. Ma notevoli erano le difficoltà della risalita delle acque, tanto che già nel 1290 l'acqua scarseggiava e nel 1293, per l'arrivo di Bonifacio Viii i perugini furono costretti a riempire le cisterne con acqua trasportata a schiena d'asino e a secchi per far funzionare la fontana. Un episodio quasi analogo avvenne nel 1932 alla presenza di Benito Mussolini, quando, per il mancato funzionamento del nuovo acquedotto, per far arrivare acqua alla fonte, fu riattivata la vecchia condotta. Nei decenni successivi molti furono i provvedimenti e le spese per affrontare i vari restauri e lavori (come nel 1311, quando il comune di Perugia dovette rinunciare alle acque del lago Trasimeno per trovare i fondi necessari), finché un nuovo acquedotto nel 1322 riportò l'acqua alla fontana. Altre le vicissitudini che colpirono la realizzazione di tale opera, come il misterioso incarico ad Arnolfo di Cambio,"subtilisimus et ingeniosus magister"(in quel tempo occupato a lavorare per Carlo d'Angiò), sostituito in gran fretta con i maestri pisani, Nicola e Giovanni. Portata infine l'acqua in piazza, il Comune di Perugia intendeva portare a compimento il grande progetto di realizzare una seconda fontana, per un maggiore uso pubblico delle acque ("de habundantia aquarum in civitate"), verso la parte bassa della piazza (in pede fori - a pié di piazza), come immediata prosecuzione del condotto esistente. Fu affidato l'incarico ad Arnolfo, che nel gennaio 1281 innalzò la seconda fontana. La Fonte di Arnolfo si collegava a quella dei Pisano, non solo per lo stesso flusso di acqua, ma per lo stesso significato politico e sociale, interpretato però con estrema modernità dal ciclo di statue degli Assetati, figure di popolo, protese verso l'acqua, come lo storpio, contorto nello sforzo di bere, la donna adagiata morbidamente sull'anfora e la vecchia, concentrata sulle mani a raccogliere l'acqua, figure d'intensa espressività e toccante umanità, oltre che dai due Giuristi, interpretati come simbolo di Giustizia e di Buon Governo. Secondo le più recenti ricostruzioni, il tutto era sormontato dai bronzei Grifo e Leone, già esistenti, fusi in nobile metallo nel 1274 per essere destinati al trasporto in processioni per la solenne festa di S. Ercolano, quindi risistemati e finemente dorati nel 1281, per fare parte integrante della fonte. Ma ben presto dovettero essere rimossi, se nel 1301 furono trasferiti sopra il portale nord del palazzo dei Priori, dove sono rimasti per secoli, come simboli per eccellenza della città (sostituiti recentemente da copie, gli originali, restaurati negli anni 1964- 1973, ora si possono ammirare nell'atrio del Palazzo dei Priori). Durata poco più di vent'anni, come perno di un'area pubblica, gravitante sulla chiesa di S. Maria del Mercato, la fontana di Arnolfo fu smantellata definitivamente nel 1308; delle sue parti architettoniche e scultoree, sono state recuperate le cinque statue in marmo, ora conservate presso la Galleria Nazionale dell'Umbria. Varie e non certe le cause della misteriosa dismissione, dalla scarsezza d'acqua, non sufficiente per entrambe le fontane, alla esigenza urbanistica di recuperare spazi a fini edilizi, al linguaggio arnolfiano forse troppo espressivo e moderno nella sofisticata idea del popolo assetato di acqua e di giustizia, in qualche modo forse collegato al programma politico che aveva ispirato l'Eulistea di Bonifacio da Verona, come apologia del diritto. Le ipotesi sono ancora aperte. Oltre la scomparsa della celebre fontana di Arnolfo, oggi bisogna constatare una drastica riduzione delle fontane: dalla trentina che erano in passato alla ventina odierna, con la progressiva perdita della funzione originaria.
La Fonte di Fontenovo in via Enrico dal Pozzo deve la sua notorietà alla leggenda che narra che San Francesco vi abbia sostato prima di entrare a Perugia (1215-20), lungo l'asse viario che portava verso il Tevere e Assisi, anche se la sua monumentalizzazione, con i due archi, l'uno a sesto acuto, l'altro a tutto sesto, risalirebbe al Xiv sec. Presso questa fonte, infatti, usavano fermarsi, fino agli anni '50 del secolo scorso, le persone del contado che arrivavano a piedi, per lavarsi prima di entrare in centro storico; così facevano le lavandaie di Pretola salendo dal Tevere, prima di andare a ritirare i panni da lavare presso gli istituti cittadini. Anche la Fonte di San Francesco a Pieve di Campo (presso Ponte San Giovanni) è legata ad una sosta di Francesco di Assisi, che qui si sarebbe dissetato e avrebbe lavato le sue ferite, passando prigioniero davanti alla fonte dopo la battaglia di Collestrada, da cui la credenza che queste acque abbiano poteri taumaturgici. Dopo modifiche e restauri dell'originario impianto settecentesco, la fontana si presenta con una struttura in laterizio divisa in tre campate ad archi, che sovrastano tre piccole vasche in travertino in cui si riversa l'acqua che scaturisce da tre teste leonine a bassorilievo. Tornando in centro storico, si possono visitare numerosi pozzi medievali, con le raffigurazioni a bassorilievo del grifo perugino, a definirne la proprietà comunale e l'uso pubblico, come quello in piazza Giordano Bruno, decorato nelle formelle dalla conchiglia di S. Giacomo a indicare il passaggio dei pellegrini lungo l'antica via verso Porta Romana (oggi Porta San Girolamo). Risalendo e percorrendo la via che conduce alla mole della Rocca Paolina, si incontra la Fonte Lomellina fatta costruire in travertino e mattoni nel 1682 dal legato pontificio Lorenzo Lomellini, in occasione della sistemazione stradale di via Lomellina, attuale via Marzia, com'è ricordato nella lapide posta in mezzo all'ornamento a volute in travertino che la sovrasta. La conca primitiva fu distrutta durante la seconda guerra mondiale ed è stata sostituita da una conchiglia anch'essa in travertino. Sotto il muro di sostegno della Via Marzia
si trova la Fontana di Sant'Ercolano, o del Nettuno realizzata nel 1854 dall'ingegnere Filippo Lardoni per la Piazza del Sopramuro e trasferita nel 1887 accanto alla chiesa omonima per lasciare il posto al monumento a Garibaldi. La vasca è di forma ottagonale e al suo centro una colonna sostiene una conca da cui si erge un busto di Nettuno. a ridosso dell'Arco Etrusco, in piazza Braccio Fortebraccio, uno dei punti di accesso da nord al centro storico, la fontana omonima è addossata al torrione sinistro della monumentale porta. In stile barocco, fu fatta costruire dal legato pontificio Giulio Roma per impegno del Conte Girolamo Tezi nel 1621. Lo stemma del legato, insieme ad altri, apposti sul prospetto, asportati, sono ora visibili nel chiostro della Cattedrale. Delle due vasche originarie è rimasta la superiore, dell'altra solo il bordo che delimita la pavimentazione antistante, in seguito ai lavori di riempimento della piazza. Spesso i turisti si riuniscono in capannelli proprio qui, per ammirare la straordinaria porta che si apre nella cinta muraria etrusca. La fontana del Piscinello, il cui toponimo risale probabilmente all'area agreste a valle, ricca di acqua, di origine medievale, coeva alla sistemazione del vicino complesso di S. Francesco al Prato, fu riportata alla luce e restaurata solo nel secolo scorso a cura degli architetti Pietro Fringuelli e Bruno Signorini. Attualmente priva di decorazioni, è dotata di due semplici vasche in marmo di diversa grandezza. Al di sopra un'iscrizione avverte:
"Immondezze qui non si gettino, né si lavi alcun drappo. Veglia la legge."
Di aspetto manieristico è la Fonte di Veggio realizzata da Matteuccio Salvucci tra il 1615 e il 1624, sotto il legato pontificio Antonio Diaz, per incanalare e raccogliere le acque delle sorgenti della zona della Pescara, presso l'attuale parco della Verbanella. Anch'essa nel tempo ha subito modifiche fino all'aspetto attuale: una vasca sormontata da un prospetto in laterizio con decorazioni in pietra. Su un fregio di marmo rosa campeggia la scritta Augusta Perusia e, ai due lati, le incisioni del Grifo, simbolo della città. Tra le fontane ormai storiche del xx secolo, con funzioni perlopiù ornamentali, quella che si incontra, scendendo da piazza iv Novembre in Via Maestà delle Volte. Fu progettata, a seguito della sistemazione urbanistica dell'area, su disegno dell'architetto Pietro Angelini nel 1928, a imitazione delle fonti e dei pozzi medievali di Perugia, in uno scenario straordinario di volte e controvolte. La conca dell'acqua, costituita da cinque specchiature in travertino, presenta su quella centrale un bel grifo rampante. Inoltre, risalenti alla prima metà del 1900, le due fontane simili di Piazza Italia poste ai due lati dello spazio centrale, dedicato al monumento di Vittorio Emanuele ii di Vittorio Tavolini (1890), decorate da due statue, la "Sirena" e la "Bimba al sole", realizzate da Arturo Checchi (Firenze 1886 – Perugia 1971), artista e professore di pittura all'Accademia di Belle Arti di Perugia. Il percorso novecentesco si può concludere presso la stazione di Fontivegge con la fontana monumentale di Aldo Rossi, l'architetto scomparso nel 1997, nella piazza del Centro Direzionale di Fontivegge (1982) in travertino, omaggio alla Perugia etrusca.
di Lorena Rosi Bonci
Comune di Perugia Sabato 20 Marzo 2010

0 commenti

Posta un commento

Altre News su Perugia Notizie

News della Provincia di Terni

Offerte di lavoro a Perugia e Provincia

Ultimi commenti su Perugia Notizie