Da Michelle Obama ha fatto il giro del mondo ed è arrivata in Campidoglio. La mania di coltivare l'orto eco sostenibile sembra contagiare il pianeta. Ormai mazzi di verdure di stagione spuntano persino dai tetti dei pullman; nelle grandi metropoli europee è diventato uno stile di vita e l'expo di Milano ne ha fatto l'idea vincente per nutrire il mondo. La pratica però non è il frutto di una contemporaneità alla ricerca di "energia" ma ha radici antichissime e significati profondi. L'hortus trova origine nel mito e nella storia del popolo dei Sanniti e dei Longobardi di Benevento. Nella loro tradizione era un luogo segreto, fantastico, chiuso e protetto. In età medievale diventa hortus conclusus, un tipo di giardino raccolto e isolato che serviva per pregare e rivolgersi a Dio in solitudine ed era situato all'interno degli edifici monastici. Il Rinascimento, pur inserendo l'elemento decorativo, tipico del giardino, si fa culla di un rinnovato interesse per l'osservazione naturalistica e per la classificazione delle piante. Col passare dei secoli gli orti assumono la funzione di luoghi di studio, di formazione scientifica, di sperimentazione e di didattica, ma anche spazi di ricerca e di diffusione delle informazioni, nonché importanti centri di riferimento per attività economiche e commerciali. Il concetto, in tutta la sua "densità culturale", è stato ripreso già dal 2008 da Italia Nostra, cui hanno aderito via via Anci e Coldiretti, e traslato in un dettagliato progetto
"Orti urbani una realtà nazionale"
dedicato, in particolare, a dieci realtà italiane significative. Tra i promotori c'è l'avvocato assisiate Evaristo Petrocchi (Italia Nostra) che sottolinea la viva progettualità in fieri delle situazioni riguardanti l'Umbria.
"Nel nostro lavoro abbiamo inserito quattro possibili piani da portare avanti nel territorio umbro. Faccio riferimento alle aree intorno alle mura di Lugnano in Teverina; nei pressi dell'Abbazia di San Felice a Sant'Anatolia di Narco in Valnerina; a ridosso della cinta medievale lungo il fiume Topino a Foligno e nel monastero di San Pietro ad Assisi. Queste appaiono come situazioni pilota, ma possono aggiungersene altre in tutta la regione."
A che punto è il progetto?
"Di recente in una tavola rotonda a Roma è stato presentato il lavoro di redazione di schede progettuali. Ora si tratta di dare una spinta alle singole realtà promuovendo i finanziamenti, sia a livello locale che nazionale e comunitario, e poi darne una panoramica degli sviluppi."
Le schede come si presentano?
"Le aree individuate sono state raccolte e analizzate partendo dai cenni storici, dalle loro tradizioni, dalla esatta ubicazione dell'orto urbano e, infine, ne sono state evidenziate le caratteristiche del progetto e le potenzialità di gestione e di colture."
Lo scopo qual è?
"Tracciare una linea comune di tutti gli Orti, pur nelle loro diversità, che ne metta in risalto la realtà storia, sociale, urbanistica ed ambientale sottraendoli a una visione di marginalità e degrado."
Le situazioni umbre come potranno essere gestite?
"Gli Orti Jacobilli di Foligno è un sito che risulta già organizzato in piccoli appezzamenti che ben si prestano a essere destinati a varie colture. In previsione c'è da affidarne la gestione a delle cooperative sociali. Ad Assisi funziona già, gestito dai monaci benedettini, con l'ausilio di un ortolano locale che vende i prodotti ai residenti nella zona. Per Lugnano in Teverina si prevede la gestione da parte di un circolo di anziani con vendita diretta dei prodotti. Più indietro, invece, si presenta il caso della Valnerina, benché l'idea è di fare sistema con il museo dell'Albero situato nelle vicinanze."
I vantaggi per la comunità...
"Dal risanamento di condizioni di abusi e degrado del paesaggio, a funzione di assistenzialismo verso gli anziani e disabili, fino al consumo "diretti" come opportunità di risparmio e salute, per arrivare all'educazione ambientale rivolta ai più giovani."
Insomma, l'ambizione è di arrivare a situazioni ideali?
"Non si ha la pretesa, con questo progetto, di creare orti perfetti, ma piuttosto di favorire uno sviluppo di qualità agli orti esistenti o in fieri e favorire la costruzione di nuovi inseguendo la necessità di concepire, in questo particolare momento storico, un percorso di riflessione e di vita diverso"
Sabrina Busiri Vici
Corriere dell'Umbria Mercoledì 15 Dicembre 2010

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